Sulla maleducazione

Sergio Tramma

Sulla maleducazione

Cortina, Milano 2020,

pp 189, € 14,00

Simone Romeo

Se la maleducazione riguarda l’educare in tutte le sue possibili articolazioni, osservarla da un vertice pedagogico è un’operazione centrale per il pensiero e le prassi educative, e, purtuttavia, più complessa di quanto possa sembrare a prima vista. È questo l’invito che viene dal breve ma stimolante testo di Sergio Tramma, che propone di assumere una complessità virtuosa, pur con la (sana) fatica analitica che comporta, al fine di esplorare le contraddizioni della maleducazione, senza rinunciare a fornire alcuni orientamenti di massima per l’educare.

Un approccio pedagogico alla questione richiede di pensare la maleducazione, in quanto processo formativo, non solo, e non tanto, come mancanza o insufficienza di (buona) educazione, ma come un aggregato, instabile e mutevole, di prassi, idee e valori altri che educa e si diffonde a prescindere dalle categorie di intenzionalità, consapevolezza e formalità. L’educazione, in questo senso, non va intesa esclusivamente come un processo intenzionale e predisposto, volto a ottenere effetti considerabili virtuosi, ma come tutto ciò che produce apprendimento a livello individuale e collettivo. La maleducazione, generalmente non concepita come tale da chi o cosa la veicola, non si svolge quindi nell’area dello straordinario, ma nelle minute esperienze quotidiane che traducono nel particolare dei più generali processi storici, sociali e cultura- li. Si tratta di un altro snodo concettuale importante: non esiste “maleducazione”

Il testo spazia dalle tematiche inerenti al genere, come alla sfera affettiva, sessuale e corporea –oggetto di rapi- de trasformazioni e di oscillazioni tra spinte “progressive” o “regressive”–, ai comportamenti legati al consumo, all’alimentazione, all’abbigliamento, considerati (e considerabili) beneducati o maleducati anche a seconda dello status di chi osserva. Non mancano, inoltre, dei riferimenti all’attuale e complessa tematica dell’ospitalità e delle migrazioni, e senza un’idea di “beneducazione”, ed entrambe sono comprensibili solo attraverso una collocazione spaziale, temporale e culturale che si radica nel vivere ordinario e nelle didattiche informali che lo innervano. Il volume affronta quindi, con uno sguardo attento a cogliere gli sviluppi e le contraddizioni della modernità – che sono disvelate, a volte, anche grazie a una sagace ironia – una serie di tematiche che si generano nella strutturazione delle società. Un esempio su tutti, che vede il contributo di importanti sociologi del Novecento, riletti in chiave pedagogica, riguarda il carattere di distinzione (i “noi” e i “loro”), e quello di stratificazione (tra classi, ceti e gruppi sociali), nei loro risvolti formativi che prefigurano comportamenti educativi ritenuti – in un certo luogo, tempo e gruppo sociale – come auspicabili (beneducati) o non auspicabili (maleducati). Grazie dunque al confronto pedagogicamente orientato con una serie di autrici e autori appartenenti sia al ramo scientifico, sia a quello delle opere cinematografiche, letterarie e musicali –a tutti gli effetti fonti e sguardi dell’educazione sociale– vengono discusse una serie di tematiche contemporanee, più o meno direttamente intrecciate tra di loro, che richiamano da vicino il tema della ben- e mal- educazione, e delle loro aree di confine. Il testo spazia dalle tematiche inerenti al genere, come alla sfera affettiva, sessuale e corporea –oggetto di rapi- de trasformazioni e di oscillazioni tra spinte “progressive” o “regressive”–, ai comportamenti legati al consumo, all’alimentazione, all’abbigliamento, considerati (e considerabili) beneducati o maleducati anche a seconda dello status di chi osserva. Non mancano, inoltre, dei riferimenti all’attuale e complessa tematica dell’ospitalità e delle migrazioni, e a quella dell’intergenerazionalità, con le sue frequenti spinte nostalgiche verso i tempi che furono. In modo trasversale a pressoché tutte le tematiche esposte, oltre a un’attenzione al linguaggio e ai suoi esiti formativi, vi è il sempre presente (ma spesso dimenticato) carattere di classe della maleducazione, che si definisce nelle relazioni, maleducate o beneducate, tra dirigenti e subalterni, e che mette in luce le contraddizioni di quel confinamento culturale, egemonicamente imposto, per dirla con Gramsci, dai dirigenti ai diretti. Non senza dimenticare, infine, un opportuno accenno a culture ormai considerate in disuso, nelle quali, tra tesi e antitesi, si è provata a sviluppare una difficile sintesi –dai valori diversi e non inferiori– tra lo snobismo borghese e la “maleducazione” imposta dalla miseria.

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