Il lavoro che usura. Migrazioni femminili e salute occupazionale

Veronica Redini, Francesca Alice Vianello, Federica Zaccagnini

Il lavoro che usura. Migrazioni femminili e salute occupazionale

FrancoAngeli, Milano 2020,

pp. 146, € 19,00

Claudia Alemani

Il testo presenta una ricerca, svolta nella provincia di Padova tra il 2018 e il 2020, sulla salute lavorativa delle migranti moldave che rappresentano, quanto a numerosità, il secondo gruppo della provincia. Intento dichiara- to è quello di indagare il tema con uno sguardo di genere: al centro ci sono le donne con i propri vissuti sia come migranti, sia come lavoratrici. Si tratta però di una ricerca innovativa sotto diversi aspetti. Innanzitutto per la metodologia: accanto ad una parte quantitativa vi è infatti una parte qualitativa e le due modalità sono in continuo dialogo. Conferme e/o contraddizioni e/o ambiguità vengono disvelate e analizzate grazie ad un confronto ininterrotto. In secondo luogo per il campione: sono state intervistate, nella parte quantitativa, lavoratrici del settore domestico-assistenziale (il cui re- perimento non è stato certo facile, come dimostrano le ricercatrici), ma anche di altri settori (commercio, ecc.) in modo da poter raffrontare diversi spaccati lavorativi sul tema, appunto, della salute. Per quanto riguarda poi la parte qualitativa, sono stati condotti colloqui in profondità con assistenti familiari, datori e datrici di lavoro e medici. Inoltre, un ulteriore elemento di novità, che permette un’analisi a tutto tondo della tematica, è costituito dal fatto che le ricercatrici sono una sociologa, una antropologa e una economista che utilizzano quindi chiavi di lettura differenti. Una ricerca rigorosa, documentata in ogni passaggio, che tuttavia non solo si propone come una lettura assai agevole, ma riesce a dare conto della passione delle ricercatrici coinvolte, capaci di lasciar trasparire, proprio nella scelta delle testimonianze riportate, empatia e solidarietà.

Chi sono allora le assistenti familiari moldave? Sono donne arrivate in Italia tra il 1999 e il 2016, con un livello di istruzione medio-alto, molte hanno più di 45 anni, un terzo coabita con le persone assistite. Un salario insufficiente e una crisi economica senza precedenti hanno causato un’emigrazione di mas- sa dalla Moldavia tanto che in ogni famiglia qualcuno-a è partito-a. In Italia approdo professionale quasi obbligato nell’ambito dell’assistenza alle perso- ne, dato l’invecchiamento della popolazione, la mancanza di politiche di conciliazione, gli interventi di welfare inadeguati. Difficile cambiare settore, difficilissimo per le “pioniere” che pure fungono da modello per altre donne e non hanno perciò un ruolo passivo.

Per quanto riguarda la salute, tra le patologie ricorrenti vengono segnalati problemi muscolo-scheletrici (più volte al giorno sollevano gli assistiti), insonnia, allergie, dermatiti o problemi respiratori dovuti al contatto con elementi chimici, ansia e depressione dovute alla solitudine e alla reclusione nelle case delle persone assistite, spesso affette da gravi problemi cognitivi. Una reclusione, o per meglio dire una “seclusione”, che mina le possibilità e le capacità relazionali. Come sostiene un’intervistata: “La cosa difficile è capire com’è vivere sempre in ciabatte”.

I problemi di “esaurimento” (a questo termine volutamente non medico ricorrono le ricercatrici per spiegare alcune forme di disagio psichico) riguardano anche coloro che svolgono il lavoro a ore: le corse da una casa all’altra, la mancanza di considerazione per il lavo- ro svolto, spesso atteggiamenti razzisti o accuse stereotipate (la slava “ruba-mari- ti”) mettono in crisi l’equilibrio psichico e aprono a veri e propri problemi depressivi.

Ma su di loro, come su altre migranti provenienti dai Paesi dell’area ex-sovietica, pesa anche o soprattutto una lettura “morale” che, nei Paesi d’origine, rappresenta le donne emigrate come madri irresponsabili che hanno abbandonato i propri figli (i cosiddetti orfani bianchi), mogli immorali che mettono in crisi il ruolo maschile per avidità di denaro, tanto che su di loro aleggia il sospetto che l’emigrazione in Italia sia un’occasione per vivere una sorta di dolce vita.

Una sindrome depressiva che in Romania prende nome di “sindrome Italia” e in Moldova appunto “dolce vita”.

 

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