Profughi austriaci nella Bari del 1944. Franz Theodor Csokor, Alexander Sacher-Masoch, Hermann Hakel tra Poesia e Propaganda

Pasquale Gallo

Profughi austriaci nella Bari del 1944. Franz Theodor Csokor, Alexander Sacher-Masoch, Hermann Hakel tra Poesia e Propaganda

Ed. dal Sud, Bari, 2017,

pp. 142,

€ 14,00

 

Maria Antonietta Selvaggio

I tre autori austriaci, Franz Theodor Csokor, Alexander Sacher-Masoch, Hermann Hakel – di cui si ricostruisce in questo libro l’esperienza dell’esilio -, con la loro capacità di resistere al nazi-

fascismo e d’impegnarsi per un futuro migliore, rappresentano esistenze emblematiche della storia europea del Novecento. Il poeta e drammaturgo Franz Theodor Csokor da Radio Bari fu infaticabile nell’inviare messaggi alle truppe tedesche allo scopo di influenzarle psicologicamente e di indurle a ricredersi; sia lui che Sacher-Masoch, infatti, furono assunti presso il PWB (Psycological War- fare Branch) dell’Ottava Armata Britannica, nel ruolo di redattori di Radio Bari; mentre Hakel lavorò nell’Ufficio per il transito degli ebrei diretti in Palestina.

Pasquale Gallo ci invita a leggere la raccolta poetica La nave nera, in cui risaltano le “poesie baresi”, composte da Csokor tra la fine del ‘43 e l’inizio del ’45, con le quali si rivolgeva ai «connazionali con- fusi, delusi delle promesse hitleriane», tentando di fare breccia nel loro animo. Si definiva pertanto un «Freud in uni- forme». D’altro canto non trascurava i combattenti nella lotta partigiana, ai quali indirizzava versi che infondevano coraggio e incitavano a continuare fino alla vittoria finale. «In conclusione – afferma l’Autore – […] Csokor evidenzia la salda e incorrotta fisionomia dell’intellettuale nel quale l’umanesimo rima- ne il principio ispiratore di fondo».

Alexander Sacher-Masoch,   laureato in chimica ma con la passione per le lettere, dopo varie peripezie, giunge a Bari nel gennaio del ’44. A illustrarne la personalità può valere la conferenza radiofonica Sull’educazione, in cui prefigurava una profonda riforma del sistema d’istruzione austriaco da realizzarsi nel dopoguerra allo scopo di sradicare quel «virus del razzismo» che proprio nella scuola si era impiantato saldamente attraverso programmi, testi, linguaggio. Faceva appello quindi a un «nuovo patriottismo» integrato da un necessario cosmopolitismo, affermando: «Il cosmopolitismo degli austriaci, la sua capacità di generare pensiero e un sentimento sovranazionale, l’amicizia con altre nazioni basata sul reciproco rispetto, compongono le linee guida della nuova riforma scolastica». A proposito della funzione centrale che il razzismo, in primo luogo antisemita, ha esercitato ai fini del vasto consenso di cui il nazismo ha goduto presso la massa, scrive:

«Un Dio con corna e stivali,/ spargeva i suoi doni alla folla,/alcuni non erano ancora stati sepolti/e laggiù, dal patibolo, s’alzavano vapori./ Oro rosso ai carnefici nel vicolo,/alle cortigiane la sua immagine incorniciata,/ ai caccia- tori d’uomini selvaggina umana gratuita,/ a tutti diede però: la razza./ Affinché ogni schiavo trovasse schiavi/ da poter calpestare senza risponderne…» (Settimo sonetto, da Il tempo dei demoni). Il poeta qui coglie il nucleo più profondo dell’ideologia razzista: la possibilità che essa offre, in quanto visione gerarchizzata dell’umanità, di far sentire chi ne è sedotto superiore a qualcun altro, compensando le proprie frustrazioni ed esorcizzando le proprie paure. L’ultimo dei tedeschi, il più povero, il più emarginato, il più debole, grazie alla propaganda hitleriana, poteva sentirsi al di sopra dell’ebreo, dello slavo, del latino, perché appartenente alla superiore razza ariana che aveva dato vita al Reich millenario, grazie al quale un comune destino di dominatori cancellava ogni contraddizione interna.

Hermann Hakel, ebreo e socialista, approda a Bari nel marzo del ’44, dopo essere stato detenuto in vari campi d’internamento in Italia. In qualcuno di questi aveva organizzato iniziative culturali proponendo, ad esempio, la lettura di pagine di autori quali Heine, Goethe, Hölderlin. Dopo l’8 settembre, finalmente libero, decide di trasferirsi in una città portuale per raggiungere la Palestina. Provvidenziale sarà l’amicizia con Csokor; tuttavia, Hakel non smette di soffrire per la condizione di esiliato. Leggiamo nel suo diario: «Tento di continuo di venire a capo della mia situa- zione, ma semplicemente non riesco più a pensare. Non riesco più a identificar- mi con me stesso…». La sua «non è una poesia di lotta, come si può osservare nei versi di Csokor e Sacher-Masoch dello stesso periodo, ma è la cronaca puntuale degli effetti che la prigionia e la guerra stanno incidendo nella psiche e nell’anima di un civile, di una vittima, di un artista». E poco importa che la critica non lo abbia ritenuto abbastanza «sperimentatore» o «innovatore»: di fronte alla sua capacità di osservare e documentare, noi non possiamo che accogliere con gratitudine un impegno testimoniale in grado di farci comprendere fino in fondo la ferita dell’esilio, la fatica dell’ «elaborazione del lutto» e della «riconciliazione col passato».

 

Author