Cosa serve ai nostri ragazzi. I nuovi adolescenti spiegati ai genitori, agli insegnanti, agli adulti

Matteo Lancini

Cosa serve ai nostri ragazzi. I nuovi adolescenti spiegati ai genitori, agli insegnanti, agli adulti

UTET, Milano 2020,

pp.110, €14,00

Margherita Mainini

La trasgressione non esiste più, il problema centrale dell’adolescente del nuovo millennio è la delusione”. In questa frase, riportata in retrocopertina, la chiave di lettura del testo. Leggendola, si viene subito allontanati dalle consuetudini interpretative che potevano andar bene fino alla gene- razione precedente. L’autore infatti ci dice con estrema chiarezza che non è più possibile parlare dell’adolescenza come fase della controdipendenza e della sperimentazione della trasgressione e, nel testo, sviluppa il tema dicendo che i ragazzi e le ragazze di oggi sono figli e figlie che non si contrappongono ai genitori, ma, al contrario, sono orientati a rispondere alle loro aspettative e determinati a non disattenderle. Se poi questo obiettivo non viene raggiunto, si ritrovano sopraffatti da forti sentimenti di delusione, perché non sono stati educati ad accettare e superare le difficoltà e le contrarietà. L’incapacità di reggere la frustrazione non sembra affatto aspetto nuovo, caratterizzava anche la generazione precedente, già educata in modo molto protettivo, ma ora, anziché riguardare prove di vita essenzialmente personali e collocarsi nel confronto tra coetanei, l’insuccesso sembra riferirsi essenzialmente alle aspettative degli educatori. Si sono delusi gli adulti di riferimento, perché non si è stati all’altezza di rispondere ai loro desideri. La svaluta- zione di sé è innanzitutto in relazione all’immagine inadeguata che si è mostrata loro.

Questi ragazzi e queste ragazze sono stati bambini che non volevano “fare soffrire papà e mamma”, figli di genitori che molto hanno investito su di loro e che hanno costantemente cercato di evitare loro la sofferenza. Genitori che hanno ignorato il fatto che nel crescere è compreso l’incontro con momenti di dolore e che è fondamentale, per una futura conquista di autonomia, imparare a reggere gli insuccessi. Genitori che, essi stessi per primi, non sono capaci di tollerare i possibili fallimenti dei figli e che, conseguentemente, non sono in grado di sostenerli nel superamento della delusione e nella riorganizzazione necessaria al riprendersi, al guardare comunque avanti.

Lancini inoltre evidenzia come anche i media siano spesso responsabili della diffusione di modelli educativi che si pongono l’obiettivo di escludere il dolo- re dalle varie esperienze di vita dei bambini, “come se si potesse costruire il vero Sé senza difficoltà e cadute quotidiane. Una rimozione collettiva del dolore cui partecipano madri e padri che innescano, inconsapevolmente, meccanismi difensivi che promuovono una sorta di sparizione del bambino reale a favore di un bambino ideale”.

Ai figli non si deve far incontrare la sofferenza. Ciò che più importa è mantenere sempre una buona relazione, dimostrando loro in ogni caso comprensione, fiducia e stima.

Poi, quando con l’adolescenza, rispetto alla totale intesa precedente, si presentano le prime discrepanze di pensiero e azione, si innesca la tendenza a riferirle pressocché totalmente a negativi stimo- li esterni, primi fra tutti quelli derivanti dall’uso abituale degli smartphone. E ai problemi di disaccordo con i figli si cerca di rimediare con “agiti autoritari posticci”, che non fanno che mettere in luce la fragilità di quegli stessi adulti che prima hanno stimolato i bambini ad essere più autonomi di quanto il loro stadio di sviluppo permettesse e poi chiedono agli adolescenti di essere più dipendenti e di riconoscere ai genitori una autorevolezza da questi mai conquistata prima.

Di fatto l’autore sostiene che negli ultimi tempi si sia verificata “una precocizzazione e adultizzazione del bambino” a fronte di “una infantilizzazione dell’adolescente” e che a ciò si possa rimediare solo tornando ad essere genitori convinti della propria possibile influenza sui figli. Genitori che, ad esempio, anziché tentare inutilmente di proibire l’uso dei cellulari, chiedano a ragazzi e ragazze, come facevano quando gli stessi era- no bambini e bambine, quali competenze informatiche abbiano acquisito e quali conoscenze ed esperienze abbiano fatto in internet. Genitori che collaborino con gli insegnanti per una scuola che favorisca negli studenti la pratica del raccontarsi per dare senso a ciò che a loro succede e che, parallelamente, educhi al comprendere i fallimenti come inevitabili e necessari momenti di crescita. Famiglia e scuola alleati nella scelta di approcci coraggiosamente valutativi anche se mai mortificanti rispetto alla persona.

 

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