Il sentiero delle babbucce gialle

Kader Abdolah

Il sentiero delle babbucce gialle

Iperborea, Milano 2020,

pp 407, € 19.50

Carla Franciosi

Immerso nella pace della campagna olandese Sultan Farahangi, famoso regista di film e documentari, fuggito dall’Iran durante il regime khomeinista, riannoda le fila dei suoi ricordi in cerca dei sentieri che han- no segnato il suo cammino e lo hanno portato, attraverso una vita intensa ed avventurosa in questo luogo remoto e accogliente, ormai diventato la sua seconda Patria. Dopo aver raccontato sto- rie attraverso la sua cinepresa, si rende conto “che la letteratura è l’unica espressione artistica con cui si può raccontare una storia nella sua totalità, e persino di più […] Quando scrivi, scrivi te stesso, diventi un testo, diventi il racconto”. E così, accumula pagine fitte di appunti disordinati e illeggibili, scritti in un olandese stentato e scorretto, che affida al suo amico e compagno di lotta, Kader Abdolah, scrittore, anche lui iraniano e rifugiato politico in Olanda, perché ne tragga una storia compiuta: “Tirane fuori una storia tua, perché secondo me solo tu puoi capire di che cosa parlo”.

Districandosi nel guazzabuglio incomprensibile dei quaderni dell’amico, Abdolah riesce a ritrovare le linee invisibili che uniscono il tutto, e a raccontarci, con la voce narrante dello stesso Sultan, la storia del suo amico “a partire dal castello in cui è vissuto da piccolo”.

Come trasportati dal tappeto volante delle fiabe, ci ritroviamo quindi, nella città persiana di Arak, dove Sultan, figlio di una nobile famiglia di commercianti di zafferano, bambino sensibile e solitario, ma molto curioso, si diverte a guardare la vita che si svolge intorno al castello, dall’alto della torre, attraverso la lente di un cannocchiale, sino al momento magico in cui riesce ad avere in mano la sua prima macchina fotografica, un sogno rincorso collezionando le cartine della gomma da masticare, simbolo, insieme al cinema, della forzata modernizzazione a stelle e strisce imposta dallo Shah Reza Palhavi. Sultan cresce in bilico fra antiche tradizioni e aneliti di progresso, all’ombra della figura “magica” del nonno e del suo spirito tutelare, in compagnia della cugina Akram jun che rifiuta il chador e sfida le convenzioni famigliari, e sotto la protezione del feroce bandito Hushang Braccio Mozzo.

Ma sarà la macchina fotografica a svelare la sua vocazione e a condurlo alla scuola di cinema di Teheran dove inizierà la sua carriera di cineasta. Attraverso le lenti della macchina fotografica prima e della cinepresa poi, osserverà e racconterà il suo paese seguendone i cambiamenti politici e sociali dal secondo dopoguerra in poi. Dall’incoronazione dello Shah con il suo regime autoritario e sfarzoso, al rapimento della regina Farah Diba ad opera degli oppositori, sino alla rivoluzione Khomeinista, alla guerra contro l’Irak e alle successive lotte contro il regime degli ayatollah, Sultan è sempre in prima linea, a filmare e a dare il suo contributo alla storia. Lui si accontenterebbe di osservare dall’e- sterno ma sarà proprio il suo prezioso “terzo occhio” a porlo di fronte a delle scelte decisive che segneranno il suo risveglio politico e lo porteranno di volta in volta a mettere la sua cinepresa al servizio della giusta causa. Non lo piegheranno i dieci anni tra- scorsi nelle carceri dello Shah, né le ferite riportate in guerra, né l’esperienza dolorosa della fuga in Pakistan. Sultan accetta le svolte che la vita gli pone davanti senza troppe esitazioni, non si sottrae al cambiamento, prende decisioni che lo costringono a rinunce e sacrifici importanti e si risolleva dai momenti di crisi sorretto dalle sagge parole del nonno, che sin da piccolo gli ripeteva: “Ciascuno percorre la strada che è stata posta ai suoi piedi […] sii paziente e abbi fiducia nella vita”.

Fondendo realtà storica, esperienza autobiografica e fiaba orientale, muovendosi in equilibrio tra finzione e realtà, tra passato e presente, tra Olanda ed Iran, Abdolah trasforma il manoscritto dell’amico in un viaggio alla ricerca di un’identità individuale e collettiva che trova il suo approdo finale nella riconciliazione con il passato e nella convinzione del valore etico della memoria.

E le babbucce gialle? Un gesto d’amore, un simbolo di bellezza e delicatezza, una nota poetica e fiabesca, che ci accompagnano nella lettura, per lasciare impronte nel cammino della vita.

 

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