Ragazza, donna, altro,

Bernardine Evaristo,

Ragazza, donna, altro,

Ed.Sur, Roma 2019,

pp.523 – € 20,00

Barbara Mapelli

E’ un libro che spaventa appena lo si ha in mano, ponderoso, più di cinque- cento pagine. E all’inizio la lettura non è del tutta fluida: un linguaggio, una costruzione di frasi e un periodare anomali, cui però ci si abitua dopo pochissime pagine. Si entra allora nel testo, nel suo mondo di storie. Sono storie di donne, nere, generalmente povere, impegnate spesso in vite precarie, alla perpetua ricerca di lavoro, istruzione, riscatto. Immerse nei loro amori, sia verso donne che verso uomini, aiutate e sorrette dalle amicizie, dalle plurime relazioni che si intrecciano in linee verticali e orizzontali: madri e figlie, nonne, amiche anche di generazioni di- verse, compagne di scuola o di lavoro. Sono comunque donne mai vinte, mai piegate, come recita la frase in quarta di copertina. Io non sono una vittima, non trattarmi mai come una vittima, mia madre non mi ha cresciuta per farmi diventare una vittima. Come La Thisa, ventun anni, tre figli da tre uomini diversi, che riesce ad avere successo nel suo modesto lavoro grazie all’aiuto di madre e sorella.

Alle linee orizzontali e verticali si aggiunge un tratto comune, una linea trasversale, l’ironia, tutta femminile, condivisa anche nei momenti tragici. E’ questa la tonalità che colora tutto il narrare, che però non tralascia nulla: non presenta un mondo idilliaco, di bel- le e buone solo perché donne. Ci sono le cattive, le violente, le manipolatrici. Nzinga, ad esempio, che irretisce Dominique in un rapporto di potere che ne piega la volontà. Evaristo, inoltre, supera ogni sospetto di retorica buoni- sta, il clichè della scrittura di denuncia razzista o sociale: il male, il dolore non sono solo il colore della pelle, la mise- ria, la sessualità proibita. La sofferenza è nella norma imposta, nella richiesta imperiosa di aderire a modelli prefissati, di avviarsi su percorsi biografici stereotipati e previsti. Come Megan, la bambina carina che non doveva fare altro che essere carina. E Megan – una bambina non povera che di notte accecava le Barbie che affollavano la sua stanza – diventa Morgan, un persona trans dai tratti maschili, ma che rifiuta ogni definizione binaria.

Mentre le storie si accumulano le une sulle altre, le vite di queste donne pro- pongono nuovi incroci, relazioni ine- dite, formano cerchi inaspettati tra chi abbiamo incontrato in un certo punto della narrazione e chi centinaia di pagine dopo: si avvicinano, si sfiorano e riconoscono le altre apparentemente lontane dalle loro vite.

Il racconto, i racconti divengono una plurifonia in cui le diverse voci si sommano, ma ciascuna mantiene e difende la sua unicità. Questo coro di esistenze lontane e intrecciate sembra costruire un mondo nuovo, altro, di culture che si presentano come un’epica inedita, con figure di amazzoni, modeste o scintillanti, come il titolo dell’opera teatrale la cui rappresentazione chiude il testo: L’ultima Amazzone del Dahomey di cui è au- trice Amma, drammaturga alternativa e poco apprezzata per decenni, che co- glie finalmente il successo con un’opera che si è in parte piegata ai gusti di un pubblico più vasto.

Nell’atrio del teatro, dopo lo spettacolo, si ritrovano quasi tutte le personagge e i personaggi del libro, in una coralità non placata, ancora divisiva, rappresentazione del divenire faticoso, di comprensioni ma anche incomprensione reciproche.

Le ultimissime pagine raccontano, in- fine, di un incontro e riconoscimento tra madre e figlia, da sempre lontane: sembra una chiusura ovvia ma in realtà la precede la ricostruzione del DNA ancestrale di Penelope, la figlia, che elenca il miscuglio dei suoi antenati, una pluralità di Paesi di origine tra Europa e Africa. E’ ciò che la cambia e l’aiuta nell’incontro, lei bianca, con una vita di agi borghesi, con la madre, la cui pelle è inconfondibilmente marroncina ma di una tonalità ambigua, quel genere di co- lore che potrebbe collocarla in tanti paesi diversi questa creatura selvaggia dai capelli metallici uscita dalla foresta con lo sguardo tagliente di un animale

è sua madre questa è lei è lei

 

 

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