Incontri all’angolo di un mattino

Claudia Alemani

Lia Migale

Incontri all’angolo di un mattino

La Lepre Edizioni, Roma 2018,

pp. 155, € 16,00

 

In copertina, oltre all’immagine di Jane Fonda sorridente alla manifestazione dell’8 marzo 1972, la prima manifestazione femminista che mi sia dato di ricordare, anche una sorta di piccolo sottotitolo: “Quale ruolo giocò l’amore nel Movimento degli anni Settanta?” Così si presenta l’ultimo romanzo di Lia Migale. Eppure, se chi legge si aspettasse una storia focalizzata solo sugli amori o sulle discussioni intorno all’amore, che pure in quegli anni fu al centro di tanti pensieri, ipotesi e costruzioni (non tutte per la verità con esiti fortunati) rimarrebbe spiazzato-a. È in realtà la storia di una generazione, e di una generazione femminile, quella nata dopo il secondo conflitto mondiale intorno agli anni Cinquanta del Novecento, raccontata prima e dopo il ’68, attraverso una galleria di persone-personaggi che hanno costituito la rete di relazioni dell’autrice-voce narrante. Sono dunque le relazioni ad essere in primo piano, le relazioni che quella generazione ha tentato di costruire diverse, meno ingessate, meno formali, più aperte e libere. Relazioni d’amore, ma anche o soprattutto relazioni di amicizia. Un memoir individuale che diviene racconto collettivo, proprio perché capace di ricostruire (o riportare alla mente) il farsi di una giovinezza delle tante ragazze di allora, accomunate da un’inquietudine che faticava a trovare una propria espressione. Il registro non è però quello della nostalgia per quegli “anni formidabili”, ma domina piuttosto un tono malinconico, dolente per tutte quelle vite spente dal destino o dalla impossibilità di accettare i propri errori. Sono infatti, quelle che racconta Migale, relazioni con persone morte, con tutte le amiche, e qualche amico, che non ci sono più, quasi a restituire loro, e a cercare contemporaneamente di stabilire per sé, il tratto di senso che hanno saputo lasciare.

Nella prima parte, Lia Migale racconta la sua vita di studentessa delle superiori in una piccola città del centro Italia: la scuola, che chiede alle ragazze di mantenere un contegno serio e guarda con sospetto moralista le relazioni tra maschi e femmine (cosa che, per altro, accomunava piccole e grandi città), la novità costituita dall’apertura di un Circolo Universitario che consente incontri inaspettati, i primi desideri di amore e poi, dopo la maturità e un’ultima estate a casa, la partenza per Roma.

Se nella prima parte del romanzo gli avvenimenti di quegli anni (la guerra in Vietnam, l’assassinio di Malcom X, ecc.) che pure erano presenti, rimanevano sullo sfondo, nella seconda parte la storia si affaccia in primo piano, così come quella generazione l’ha vissuta e interpretata. C’è il lavoro politico con Lotta Continua, i discorsi con gli operai davanti alle fabbriche, i volantini da scrivere, le manifestazioni da preparare. Ma soprattutto c’è il femminismo, che ben presto diventa l’elemento fondativo della vita dell’autrice e delle relazioni che costruisce.

Come Anna Seghers ne “La gita delle ragazze morte” intreccia i destini di un gruppo di ragazze a quello della società tedesca a ridosso della prima guerra mondiale, così Lia Migale offre l’affresco di un periodo, che va dagli anni Sessanta del Novecento fino ai giorni nostri, attraverso il racconto degli incontri che hanno costituito il tessuto della sua vita. Persone vere che l’autrice sa trasforma- re in personaggi descritti con precisione, figure che mai rimangono opache o schiacciate sullo sfondo, ma che si offrono a chi legge vivide e nitide come in una fotografia. È piuttosto la voce narrante a farsi da parte, con pudore, quasi a non voler togliere spazio a coloro che il gioco della vita hanno terminato.

 

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