La donna capovolta

Carla Franciosi

Titti Marrone

La donna capovolta

Iacobellieditore, Guidonia (RM) 2019,

pp. 174, Euro 16,00

 

Una figlia, una badante, una madre. Niente di più scontato nella nostra attuale società. Ma per Titti Marrone, nulla è scontato.

Partendo dall’esperienza personale dell’accudimento della madre malata, l’autrice affronta il tema dei rapporti tra le badanti e le famiglie per cui lavorano, aprendo uno scenario che scardina dalle fondamenta tutti i luoghi comuni, su cui la nostra, cosiddetta, società del benessere basa le proprie certezze.

Attraverso un brillante espediente narrativo che vede l’alternarsi di tre voci narranti: Eleonora, la figlia, ed Alina, la badante, che si raccontano in prima persona in brevi capitoli ed un più oggettivo “Loro” che fa riferimento ai fatti dando rilevanza anche agli altri personaggi (che, sebbene sullo sfondo, sono determinanti), l’autrice ci offre un caleidoscopio di punti di vista restituendoci uno sguardo sulla realtà che si allarga oltre la banalità del quotidiano e si addentra nel più vasto mondo della complessità.

Eleonora ha cinquantotto anni, è docente universitaria, ha frequentazioni progressiste e intellettualmente raffina- te, un marito sfuggente, una figlia che studia a Lione, una madre affetta da Alzheimer da accudire, oltre ad un padre e ad un fratello inaffidabili. I sensi di colpa e di inadeguatezza di fronte alla malattia della madre, uniti alla consapevolezza dell’età che avanza, provocano in lei uno stato di spaesamento interiore ed un desiderio inconfessabile di fuggire dalla gabbia in cui si sente relegata.

Alina è una donna moldava, laureata in ingegneria informatica, appassionata di Dante, con un’ottima conoscenza della lingua italiana, ma costretta, per necessità, a fare la badante. Ha un marito che lavora in Ucraina, un figlio che studia a Barcellona,   un padre ed una nipote in Moldavia. Nasconde a tutti la sua cultura perché pensa sia più prudente adeguarsi al cliché dell’immigrata ignorante. Rimpiange il comunismo sovietico, quanto tutti avevano “la casa, le cure mediche, l’istruzione e il lavoro assicurato”.

Tra le due donne è subito guerra. Costrette ad un rapporto di dipendenza reciproca che non riescono a tollerare,

chiuse ognuna nel suo personalissimo dramma, intente a difendere con tutti i mezzi il proprio territorio, non riesco- no a guardare oltre e a trovare punti di incontro. Eleonora, irritata e gelosa dell’efficienza di Alina, non le riserva che contatti superficiali, sbrigativi, spesso ostili; Alina, la considera una borghese “agiata e infelice” e la disprezza. Il conflitto porta a galla i lati più oscuri e nascosti delle loro personalità. Eleonora sente spuntare in sé pregiudizi da cui si riteneva immune, Alina, a sua volta, pur di mantenere il lavoro, si scopre spregiudicata, cinica e capace di azioni deplorevoli.

Sino a quando entrambe si troveranno “capovolte”, cioè tradite, deluse nelle aspettative, defraudate dell’illusione di poter controllare la vita propria e degli altri, costrette a tirare le somme di un’e- sistenza che non è andata come spera- vano; una specchio dell’altra, come due facce della stessa medaglia.

In un finale a sorpresa, che rompe, in modo inatteso, lo schema narrativo, assisteremo all’esplosione dello “scontro di civiltà”. Cadute le maschere le due donne scopriranno di avere molte più cose in comune di quanto pensassero e cominceranno a conoscersi e forse, an- che se l’orgoglio non permetterà loro di ammetterlo mai, a capirsi e a capire che il confronto con l’altro vale soprattutto per se stessi, per rimettersi in viaggio alla scoperta di sé e vincere le proprie paure.

Lungi dall’essere una banale contrapposizione tra l’italiana e la straniera, tra Est e Ovest, tra capitalismo e ex-comunismo, questo romanzo è specchio della realtà complessa e contraddittoria in cui siamo immersi. Dalle riflessioni di Eleonora sul tempo che passa e sugli inevitabili fallimenti che porta, sui tabù della vecchiaia, della malattia, della morte, e dalla storia di Alina che evoca il dramma dei popoli in fuga e mette in seria discussione lo stereotipo della badante bene integrata in famiglia, emerge an- che una critica spietata a quella gene- razione di cinquanta-sessantenni che voleva cambiare il mondo e che invece è stata cambiata dal mondo, diventando espressione di quella borghesia illuminata ora in piena crisi di identità inca- pace di capire se stessa, la realtà che la circonda, e l’Altro da sé, persino i propri cari.

La scrittura lieve, pervasa di ironia e a tratti persino di umorismo e feroce comicità, rende piacevole la lettura e più sopportabile la realtà amara che vie- ne descritta, ma Titti Marrone non fa sconti e non assolve nessuno.

 

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