Il disagio dell’inciviltà. La psicoanalisi di fronte ai nuovi scenari sociali

Gabriella Mariotti, Nadia Fina

Il disagio dell’inciviltà. La psicoanalisi di fronte ai nuovi scenari sociali

Mimesis, Milano-Udine 2019, pp. 300,

€ 18.50

Lisa Brambilla

Nel segno dell’attenzione freudiana al sociale, il testo di Gabriella Mariotti e Nadia Fina affronta il difficile compito d’esplorazione della contemporaneità, accostandosi con appassionata competenza allo studio di quel disagio che, se non ha mai cessato di percorrerla, oggi assurge a sua cifra costitutiva.

Un disagio che abbiamo appreso a riconoscere come correlato alle profonde e ricorrenti trasformazioni che hanno interessato la società contemporanea, dinnanzi alle quali gli individui appaio- no più soli e vulnerabili, esposti al peso della crisi e della diseguaglianza.

Dal vertice psicoanalitico, le autrici accompagnano a comprendere come questo peso gravi sulle esistenze e sulla vita psichica degli individui, delineando il profilo di una società che, non solo non è capa- ce di educarli al proprio divenire soggetti, ma che è foriera di una mal’educazione che ne restringe semmai i margini di autodeterminazione ed emancipazione. I fenomeni che caratterizzano l’odierno scenario, come l’integralismo, le innova- zioni informatiche e comunicative e le trasformazioni nei ruoli di genere, irrompono nella quotidianità, scuotendo certezze, sollecitando disillusioni e angosce, di- schiudendo, in alcuni casi, opportunità. Nella prima parte del testo si dà conto di come questi stessi fenomeni necessiterebbero d’essere attraversati da un pensiero e una consapevolezza che possa consentire di sostenerne la complessità, supportarne la comprensione, gestirne la risonanza emotiva.

Tuttavia, come sottolinea Gabriella Mariotti, lo spazio e il tempo della riflessione paiono oggi contratti, impoveriti. Le semplificazioni che ne derivano non precludono soltanto opportunità di conoscenza e apprendimento su di sé e sul contesto. Allo stesso tempo, alimentano chiusure, irrigidimenti identitari, che si ergono a difesa di una soggettività inconsistente, incapace di sostenere il proprio sentire, di pensarlo anche grazie e in relazione a quell’altro da sé che viene percepito come estraneo e ridotto a oggetto su cui proiettare le proprie paure. Difese che l’odierna deriva securitaria e xenofoba manipola e alimenta, dando a timori, fragilità, traumi la possibilità di una scomposta manifestazione, là dove il disagio, come precisano le autrici, si fa inciviltà.

È a questa inciviltà che, come ricorda Nadia Fina nella seconda parte del testo, la psicoanalisi contrappone un sapere e una pratica il cui afflato civilizzatore permane e trae forza dalla con- sapevolezza di appartenere alla storia, di essere soggetta al suo incedere, esposta alle fatiche e alle trasformazioni che rende necessarie.

Ed è alla diffusa mal’educazione che essa sostituisce un’educazione “buona” sebbene dolorosa che, attraverso il percorso e la relazione analitica, permette di interrompere gli automatismi che impediscono di pensare e comprendere le trasformazioni sociali, di progettare nuovi modi di viverle, attraversarle e significarle, aprendo spazi per nuove domande, dischiudendo margini di trasformazione e crescita; opportunità per tornare a essere presenti a se stessi e aperti alla relazione con l’altro. Si tratta di processi di trasformazione e cura che non possono che trovare declinazione all’interno della realtà del contesto socia- le e dentro un’autentica dimensione relazionale. Lo mostrano assai bene le note cliniche delle autrici, di cui è costellato il testo, che restituiscono a chi legge lo stretto legame, storico e culturale, che connette la stanza dell’analisi al mondo, e quello empatico, etico e terapeutico tra analista e paziente. Annotazioni oltremodo preziose che rendono il testo, dedicato a psicoanalisti e psicoterapeuti, accessi- bile anche a coloro che coltivano – non solo professionalmente – il desiderio di comprendere il proprio tempo e la responsabilità della cura di sé, dell’altro e del mondo.

 

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