L’apicultore di Aleppo

Christy Lefteri

L’apicultore di Aleppo

Piemme edizioni, Milano 2019, pp.

300, € 18,50

Carla Franciosi

Una piccola ape senza ali tenta di sopravvive tra i fiori di un modesto cortile di un B&B, in un paese sul mare, nell’Inghilterra del sud. Nuri si prende cura di lei con amore. Lui e la moglie Afra si trovano qui, insieme ad altri/e rifugiati/e, in attesa di asilo politico, dopo essere fuggiti dalla Siria e dalla guerra, che ha devastato il paese e cancellato i loro sogni e le loro speranze.

Negli anni felici della loro vita ad Aleppo, Nuri faceva l’apicultore; amava le sue api che curava con passione e dedizione, amava sua moglie Afra, artista di talento, che creava colori per dipingere paesaggi marini, nei quali esprimeva la ricchezza del suo mondo interiore ed il suo entusiasmo per la vita, ed ama- va Sami, il loro adorato bambino. E poi c’erano gli amici più cari con i quali condividevano una serena quotidianità e i progetti per il futuro.

Poi, nel giro di poco tempo, tutto è an- dato perduto, sepolto sotto un cumulo di macerie.

Sami non c’è più e Afra ha smesso di vedere; i suoi occhi si sono spenti all’improvviso, nel giardino della loro casa, insieme a quelli del figlio, in un bagliore accecante che ha rubato le loro vite.

Ora, al sicuro, Nuri e Afra, come la piccola ape, cercano di sopravvivere alimentando quel filo di speranza che per- mette loro di pensare ancora possibile un destino migliore. Afra è distrutta, congelata nel buio silenzioso e impenetrabile del suo dolore, eppure sempre vigile ed attenta a tutto quello che succede intorno. Nei suoi occhi vuoti, color miele, che a volte gli fanno paura, Nuri, sin dal momento della tragedia, è riuscito a trovare la forza di lottare e di sperare; intento a ristabilire un rapporto con lei, se ne prende cura con tenerezza e sollecitudine, nella speranza di poter tornare, un giorno, a sentire “la sua risata che era la cosa più bella del mondo”. Ma se Afra ha reagito al dolore in modo palese, rifiutandosi di guardare un mondo senza Sami, le ferite di Nuri sono più profonde e nascoste, si annidano tra quelle “crepe della mente” che provocano in lui momenti di panico e disorienta- mento.

È Nuri stesso che racconta in prima persona la sua storia. In un susseguirsi di presente e passato ci guida attraverso le tappe della sua odissea, rievocando la tranquilla serenità del- la sua vita precedente, gli orrori della guerra, e poi la fuga difficile e pericolosa attraverso la Turchia e la Grecia. È un viaggio della speranza, quello di Nuri e Afra, ma è anche un viaggio interiore, a contatto con una umanità privata di tutto, abbandonata senza identità in squallidi campi che, pur offrendo assistenza, nascondono insidie e pericoli. Quei volti tristi, quegli occhi persi nel vuoto, quelle ombre umane che si aggirano in preda alla disperazione, quelle briciole di storie terribili, quelle violenze che anche Nuri e Afra sono costretti a subire non tolgono però loro la speranza, e la lotta per la sopravvivenza diventa lo strumento attraverso il quale impara- no a conoscere se stessi e a ritrovarsi, dopo essersi persi ognuno nel proprio dolore, in quell’amore che, rinato dal- le proprie ceneri, consente loro di trovare le ragioni per perdonare, perdonarsi, abbandonare i propri fantasmi ed affrontare, con rinnovata fiducia, quello che la vita è ancora in grado di offrire loro.

Christy Lefteri, basandosi sulla sua esperienza di volontaria nei campi pro- fughi in Grecia, ci racconta una storia drammatica, usando il suo sguardo sulla cruda realtà e traducendolo in un lin- guaggio scorrevole e sobrio che diventa sempre più intenso e coinvolgente nel procedere della narrazione, sen- za retorica, né compiacimento, senza concessioni a stereotipi di nessun tipo. Nessuna banalità, nessuna sbavatura, ma solo compassione, empatia e tanta tenerezza.

“L’ape dorme sul tarassaco. Le accarezzo la peluria, dolcemente per non disturbarla. Mi sorprende che sia riuscita a sopravvivere in questo cortiletto che ha fatto diventare casa sua. La guardo annidata tra i fiori, con il piattino di acqua zuccherata accanto: ha imparato a sopravvivere senza ali.”

 

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