Seventeen Going Under

Sam fender

Seventeen Going Under

Polydor Records, 2021

€ 14,67

di Goffredo Villa

Quando capita di parlare di un gruppo o di un solista a qualcuno che non lo conosce, viene naturale farlo non utilizzando i vari elementi che compongono la sua musica. Risulta invece molto più efficace paragonare quel particolare sti- le a qualcosa già conosciuto, per poter dare meglio l’idea all’interlocutore. In generale è un approccio che non con- divido ma spesso il genere è talmente complesso da non poter essere descritto facilmente a parole. A volte ancora il paragone è proprio inevitabile perché a ogni nota dell’artista “fotocopia” ci torna in mente quello “originale”. In questa specie di binario musicale vediamo la figura di Bruce Springsteen essere seguita parallelamente da quella di un nuovo cantante sulla scena internazionale rock, Sam Fender. Il venticinquenne inglese di North Shields, dopo il fortunato esordio discografico di Hypersonic Missiles (2019), pubblica il suo secondo album Seventeen Going Under, grazie al quale si iscrive con merito alla lista dei musicisti ispirati dal mitico “Boss”. In questa raccolta, sempre seguendo le tracce di Springsteen, Sam Fender non solo utilizza in modo efficace il sassofono all’interno di brani rock “da stadio” ma si fa anche portavoce di storie di gente comune e di temi importanti per la propria generazione. Si parla dunque di “heartland rock” quando si entra nell’intimità e nell’emotività delle dure esperienze di vita dei personaggi di cui narrano le canzoni. Altri riferimenti stilistici dell’artista britannico sono sicura- mente i Killers, gli Arcade Fire e i War On Drugs (Sam Fender stesso ha dichiarato di ritenere il frontman della band, Adam Granduciel, uno dei suoi eroi e di aver iniziato a progettare una collabo- razione con lui). L’album inizia con la title-track Seventeen Going Under, andante e costante, strutturata come se fosse un blocco unico senza ritornello. L’intensità si abbassa ma il ritmo resta arrembante con Getting Started, manifesto della fiducia che combatte le difficoltà: “Felt like giving up so many times before / But I’m still here grinding” (“Mi è sembrato di arrendermi così tante volte prima / Ma sono ancora qui a macinare”). Chitarra e battimano introducono Aye, scura, spigolosa e un po’ monotona ma con una forte valenza polemica: “I’m not a fucking patriot anymore / I’m not a fucking singer anymore / I’m not a fucking liberal anymore” (“Non sono più un fottuto patriota / Non sono più un fottuto can- tante / Non sono più un fottuto liberale”). Get You Down rappresenta forse il vero simbolo della musica di Fender: parte decisa ma trattenuta per poi esplodere in un crescendo con tutti i suoi strumenti. Cupa ma diretta, Long Way Off anticipa Spit Of You, con arrangiamento lineare ed andamento stabile. Un’atmosfera dolce ci accoglie nella triste Last To Make It Home, mentre una batteria rullante traccia il carattere dell’energica The Leveller. “Please stop tryin’ to impress people who don’t care about you” (“Per favore smettila di cercare di impressionare le persone a cui non importa di te”) è il Mantra dell’autore inglese, in un brano intimo e riflessivo. La sfavillante Paradigms si interroga sulle regole imposte dalla società che distruggono le vite altrui. Nella finale The Dying Light il pianoforte parte malinconico per poi cambiare registro e permettere alla canzone di aumentare lo spessore, diventando solenne e orchestrale. Vi- sto nel suo insieme Seventeen Going Under non può sicuramente essere giudicato come un lavoro innovativo ma mischia in maniera abbastanza bilanciata brani veloci ed energici con altri lenti e melodici. Il pop-rock che fa da sfondo ap- pare leggermente più adulto e definito dell’indie-rock proposto nel disco di de- butto. Anche dal punto di vista dei testi pare ci sia stata una lieve maturazione dell’artista, tanto che Fender stesso dice di aver imparato a scrivere meglio, an- che se scherzando si definisce “older, not so wiser” (“più vecchio ma non così saggio”) e dichiara: “A 20 anni scrivi canzoni pensando di sapere tutto, e poi arrivi a 25 anni e capisci di non sapere un cazzo”. Il musicista britannico conferma ulteriormente la propria crescita artistica, dicendosi più orgoglio- so del secondo album rispetto al primo: “Lavorarci durante il lockdown l’ha reso un disco personale; normalmente scrivo sulle cose che vedo in giro, ma in questo caso eravamo chiusi in casa. Non è un disco sul lockdown, però. Credo che nessuno voglia più sentire canzoni sul Covid. È un disco sul crescere, sull’autostima, sul guardarsi dentro. C’è qualche accenno politico alla polarizzazione e alle disparità economiche, e cose più personali”.

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