Sillabario pedagogiko: IDIOTA TECNOLOGICO

di Francesco Cappa

Goffredo Parise, descrivendo la necessità che lo aveva spinto a stendere i suoi Sillabari, ha detto: “Gli uomini d’oggi hanno più bisogno di sentimenti che di ideologie”. Ogni pedagogia è intrisa di ideologia ma nasce sempre da un sentimento, non sempre benevolo, che riguarda i rapporti con noi stessi e con l’altro, compresi alla luce del tempo in cui viviamo.

Questa rubrica si propone di mettere al lavoro uno sguardo sulle cose che ci circondano, siano queste parole, immagini, incontri, eventi. Un’attenzione per quelle tracce che rivelano il pedagogico nel quotidiano, non dimenticando che l’osservazione – inizio di ogni educazione – è il miglior antidoto per le illusioni del sentimentalismo. Solo così i dettagli che stavano, forse, per sfuggirci possono diventare dei segnali.

 

Prima scena

Lezione universitaria in un corso di laurea magistrale. Il professore chiede, parlando di condizionamento e potere nella società di oggi in rapporto al tema dell’aggressività: “Sapete cos’è la cura Ludovico?”.

Silenzio.

“Avete visto Arancia Meccanica?” “No Prof. Però sappiamo cos’è.”

“Cercate sui vostri smartphone la cura Ludovico”.

Uno dei primi risultati recita “Chi sono i veri villain di Arancia Meccanica (A Clockwork Orange, 1971)? Alex DeLarge e i suoi Drughi o la società e i suoi soprusi?” Prima di cercare una risposta a questo interrogativo è necessario fare un passo indietro e tornare al titolo del romanzo di Anthony Burgess del 1962. As queer as a clockwork orange è un’espressione utilizzata nell’East London per indicare come ciò che in apparenza è semplice e naturale possa, in realtà, celare un sostrato inaspettato e non convenzionale. Un po’ come il protagonista (interpretato da Malcolm McDowell) che, forzata- mente privato del libero arbitrio e della manichea possibilità di scegliere cosa è bene e cosa è male, si ritrova a essere, sotto la scorza del cittadino comune, un automa programmato ad hoc. Come spiegato dallo stesso Kubrick “È necessario che l’uomo possa scegliere tra bene e male e che ci sia il caso in cui egli scelga il male. Privarlo di questa possibilità di scelta, significa renderlo qualcosa di inferiore all’umano – un’a- rancia meccanica appunto.”

In carcere il giovane si comporta civilmente e, grazie alla sua buona condotta, ottiene dopo due anni la possibilità

di essere sotto- posto a una terapia sperimenta- le promossa dal Governo, la cura Ludovico, in grado di redimere qualsiasi malvivente in soli quindici giorni per poi rilasciarlo. Allettato da questa prospettiva, Alex accetta di prestarsi come cavia: nulla sarà più come prima. Portato in un centro medico, qui viene sottoposto alla visione forzata di immagini e filmati di violenza e degenerazione: con le palpebre man- tenute spalancate da appositi divaricatori e con la somministrazione di farmaci che provocano nausea e disgusto, il trattamento si rivela una tortura disumana. Ad accrescere ulteriormente le sofferenze del giovane è l’accompagnamento sonoro dei lungometraggi, quella stessa musica classica che tanto adorava e che ora non riesce più ad ascoltare senza re- starne profondamente disgustato.

Il modello rieducativo della cura Ludovico non è altro che l’induzione di una insopportabile repulsione fisica, bieca privazione del libero arbitrio, nei confronti del male: d’ora in avanti Alex non sceglierà il bene per attitudine ma perché la paura del dolore lo frenerà dal compiere azioni criminose. Così riformato, dopo due settimane di terapia, l’uomo crudele e sanguinario si è trasformato in un tenero agnellino. Da amorale

carnefice a vittima imbelle: il rientro in società dell’ex capo dei Drughi è quanto di più beffardo e crudele gli potesse accadere. I ruoli si sono completamente rovesciati e chiunque avesse subito le sue vessazioni ora è in cerca di vendetta per i torti passati: l’impossibilità di difendersi e di reagire rendono la sua vita un inferno e, a tal punto esasperato, il giovane sceglie la via del suicidio, gettandosi dalla finestra.

Chiede il professore, dopo la lettura del risultato “Secondo voi esiste una relazione tra la cura Ludovico e il nostro rapporto con i dispositivi tecnologici oggi?”

Seconda scena

Mamma, se mi lavo bene i denti mi dai il telefono?!

Papà lasciami guardare le mie cose su youtube, mi devo rilassare!

Terza scena

Nel film I Mitchell contro le macchine, di- retto da Michael Rianda, prodotto dal- la Sony e uscito su Netflix il 23 Aprile 2021, all’inizio il padre, rientrato a casa dopo il lavoro, si siede con la sua fami- glia a tavola per cenare: madre, ragazza adolescente e bambino ancora nella fa- scia della scuola primaria. Vedendo tutti impegnati con il loro device preferito chiede a tutti di “staccarsi” per dieci secondi dal proprio schermo e di guardar- si negli occhi. Invito a guardare la scena esilarante che questa richiesta provoca.

Quarta scena

Entro un sabato mattina insieme a mia moglie in una casa abitata da una fami- glia di origine cinese. Siamo lì perché la casa è in vendita. Il piccolo tour dell’appartamento insieme all’agente immobiliare inizia dall’ampia cucina. Ecco quello che vediamo: due bambine, sedute in due direzioni opposte ad un grande tavolo circolare sul quale c’è ogni tipo di oggetto appartenente a categorie merceo-logiche per la maggior parte a me ignote. Le bambine danno le spalle a una grande tv al plasma, un metro e mezzo per un metro, appesa sulla parete di destra. In tv c’è un enorme treno per bambini che continua in loop a dare informazioni sul- le sue attività in cinese e molti punteggi e premi costellano la sua immagine. Tutto è azzurro, rosso, bianco e giallo, con una luminosità ai confini del foramento della retina. Il treno parla. Le bambine sono una di fronte al suo cellulare che procede in un gioco inesorabile di vesti, svesti, trucca e parrucca la doll, l’altra di fronte al suo ipad che è collegato ad una serie tv coreana di Netflix sulle adolescenti di un liceo. Tutti i volumi di tutti i dispositivi elettronici sono al massimo. Dietro di loro la loro madre ci sorride.

Ne Gli strumenti del comunicare Marshall McLuhan ragionava in modo appassionato su come la tecnologia altera “costantemente, e senza incontrare resistenza, le reazioni sensoriali e le forme di percezione”. Karl Marx, nel frammento sulle macchine, un testo chiave per tutti i teorici del postfordismo, annunciava in modo veggente che la questione cruciale e inquietante non riguardava solo lo sfruttamento del lavoro dell’uomo ma il fatto che le macchine stavano cambiando, già ai suoi tempi, i modi sensoriali in cui il soggetto faceva esperienza della realtà. Ci diciamo, continuava McLuhan, che è il modo in cui usiamo gli strumenti del comunicare, gli strumenti tecno- logici che fa la differenza ma questa è un’ingenuità legata al presupposto autoconsolatorio che siamo noi a mante- nere il controllo: è questa la posizione dell’idiota tecnologico, concludeva.

Lo schermo, gli schermi con la loro certezza dissipano i nostri dubbi.

È difficile pensare che ciò che sembra al nostro servizio sempre e ovunque – oggi i cellulari soprattutto – sia anche il nostro padrone.

Forse il processo di conoscenza del web, dicono i critici e gli studiosi più avveduti, fatto di frammenti consente più connessioni, più influenze sul nostro pensiero, più apertura; semplicemente oggi non abbiamo ancora un modo di comprendere la forza e il valore di questo processo poiché lo confrontiamo inesorabilmente solo con il vecchio pro- cesso e modo di pensare.

La robotica educativa può essere un buon esempio per pensare questa differenza in termini di apertura?

Di recente ho scritto un articolo per una rivista scientifica con due mie giovani colleghe pedagogiste, Elena Mauri e Federica Mazzoccoli. Tale contributo è il frutto di una riflessione nata da un’esperienza di ricerca-azione svolta dal gruppo Keats (Kantiere Educativo per Azioni Trasformative), composto da pedagogiste in formazione, che ho avuto la fortuna di coordinare al principio delle loro attività, incontratesi nel corso di laurea in Scienze pedagogiche dell’Università degli Studi di Mila- no-Bicocca. Il contributo espone una ricerca informale di tipo qualitativo condotta da aprile a settembre 2020 dal gruppo di ricerca Keats, adottando gli approcci della ricerca-azione e della cooperative inquiry. La ricerca ha avuto un carattere esclusivamente esplorativo, poiché circoscritta a un contesto specifico e rivolta a un gruppo di partecipanti volontari, alcuni studenti e docenti di una classe del secondo anno del Liceo scientifico “Dante Alighieri” di Matera. La ricerca si è proposta di esplorare alcuni effetti della pratica di didattica a di- stanza,  concentrandosi sull’esperienza  formativa  emergente nel dispositivo  scolastico  digitalizza- to. Alla fine di questo articolo si trova scritto “Il dispositivo scolastico continua a ricalcare una forma-scuola tradizionale, ma siamo sicuri che l’«alternativa pedagogica», di gramsciana memoria, necessaria per oltrepassarla sia istituire un dispositivo digitalizzato senza prima riconfigurare e rinnovare il patto formativo tra scuola, famiglie e ambiente sociale? Non intendiamo condannare il digitale, anzi, una «pedagogia digitale» potrebbe ad- dirittura rendere possibile sia il superamento della dicotomia tra educare e istruire, ponendo in dialogo e in sinergia cultura umanistica e tecnologia sia la sperimentazione di situazioni finzionali tramite cui tornare a comprendere l’educazione come una «navigazione che si snoda nel mondo», come scriveva Riccardo Massa molti anni fa. Per giungere a tali superamenti, la pedagogia digitale deve svilupparsi lungo un rinnovato patto formativo, finalizzato a ricostruire forme di integralità esperienziale in grado di valorizzare le componenti corporee, emotive e sociali di tutti i contraenti. Quella che rimane, tuttavia, imprescindibile è la «scuola della fisicità», una scuola capace di far attraversare esperienze e di farle rielaborare criticamente in uno spazio metaforico; dunque, una scuola dell’incontro tra corpi e dell’avventura per accedere alla conoscenza. Tale incontro può avvenire anche on line, dove il campo visivo di corpo docente e studente intercetta ancor più la dimensione reciproca del- lo sguardo. Sono proprio le mutazioni imposte dalle pratiche digitali che investono le forme esperienziali a chiedere di ripensare la scuola, i suoi metodi e i suoi confini, affinché questo incontro continui a darsi. […] Per ridisegna- re la forma-scuola occorrerebbe stipulare un nuovo patto formativo tra dirigente scolastico, docenti, studenti e famiglie? Tale patto però dovrebbe intercettare la trasformazione delle soggettività emergenti nel dispositivo scolastico digitalizzato e da esso bisognerebbe partire per poter abitare un nuovo campo di esperienza condivisa. Compiere questo processo di condivisione e negoziazione è possibile solo se tutti gli attori in gioco nella comunità di pratica educante riescono a pensare al significato e al senso del mandato istituzionale della scuola all’interno di un progetto educativo più ampio. Pertanto, non ci si può esimere dall’includere nei processi di negoziazione del patto soggetti come bambini e ragazzi, i quali risultano portatori di diritti (riguardo alla propria formazione-educazione) ma, al contempo, inter- locutori privi di autonomia giuridica.”

Assumere il compito di riconfigurare il patto formativo mette in luce la natura sociale della scuola in uno scena- rio completamente mutato in cui ogni tecnologia intellettuale, come scriveva Nicolas Carr sulla scorta di Goody e Bell nel suo Internet ci rende stupidi?, incarna un’etica intellettuale della quale né i suoi inventori né i suoi utenti sono consapevoli.

L’incontro tra i pedagogisti e l’idiota tecnologico lascia ben sperare.

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