Bianco è il colore del danno

Francesca Mannocchi

Bianco è il colore del danno

Giulio Einaudi editore, Torino 2021,

pp. 207, € 17

Giornalista di successo, abituata a muoversi e a scrivere di scenari di guerra dove morte e sofferenza sono la normalità, in questo libro Francesca Mannocchi ci racconta, invece, una guerra tutta privata, molto intima e personale, quella che lei stessa sta combattendo da quando, quattro anni fa, a 36 anni con un figlio di nove mesi, ha scoperto di essere affetta da una malattia degenerativa incurabile: la sclerosi multipla.

All’improvviso viene catapultata in un mondo sconosciuto, quello della malattia cronica, che segna uno spartiacque tra un prima e un dopo, tra l’essere sana e lo scoprirsi malata, così come la maternità aveva segnato il confine tra l’essere non-madre e l’essere madre.

Ora sa che la malattia e suo figlio sono i suoi “due unici per sempre”. Da questa consapevolezza si snoda una narrazione senza sconti, lucida, coraggiosa, sincera, senza pietismi né vittimismo, spesso cruda ma mai disperata.

Attraverso un intrecciarsi di pagine di diario, lettere,   appunti,   resoconti medici, veniamo coinvolti in una sorta di confessione in cui l’autrice, in pieno flusso di coscienza, dialoga, con se stessa e con il proprio corpo “danneggiato”, con il figlio e con le persone importanti della sua vita. Indagando tra le pieghe più recondite della propria anima, risalendo alle proprie radici famigliari, a partire dal- la sua infanzia, scavando nei ricordi, scrutando i silenzi, i dolori, le fatiche di chi l’ha preceduta, analizzando i non detti più inconfessabili e doloro- si, va alla ricerca di un segno che dia un senso a quella premonizione di sé avuta da bambina “Un giorno, avevo otto anni, i capelli corti e una disperazione appena sbocciata, pensai: nei miei trent’anni mi ammalerò.

In bilico tra un presente che le chiede di configurarsi in uno spazio nuovo e un futuro che si è disperso nell’incertezza dell’imponderabilità, spinta da un bisogno feroce di proteggere quel “prima” affinché non venga inghiottito dal “dopo” che la condannerebbe ad una immagine di sé ridotta a quella di persona “malata”, Francesca Man- nocchi tenta faticosamente di trovare la chiave per ricomporre la Francesca spezzata dalla malattia e renderla di nuovo “intera”.

Un viaggio interiore, ma non solo. “Non dirò mai che è un’opportunità, non dirò mai che è un dono. ? uno strumento” attraverso il quale la protagonista ripensa la propria vita da sola, insieme agli altri e inserita nella realtà che la circonda, trasformando la sua esperienza privata in indagine politica e sociale sostenuta da uno sguardo tutto al femminile. Le sue riflessioni espresse con un linguaggio asciutto, diretto, incisivo, spesso spiazzante, ci obbligano a guardare la realtà dal suo punto di vista, mettendo sul piatto tematiche universali e profonde.

Il rapporto conflittuale con la maternità, l’essere una madre che non corrisponde alle aspettative sociali e agli imperativi morali comunemente imposti alle donne; il senso di colpa e profonda inadeguatezza nei confronti del figlio, la paura di non riuscire a proteggerlo, l’amarezza nel constatare che lui sembra aver già capito qual è il genitore sano; l’angoscia di pensa- re che maternità e malattia siano in qualche modo legate fra loro in un in- treccio che pesa come un macigno. E ancora, la percezione del tempo che non ti appartiene più ma si trasforma nel “frattempo” tra una visita e l’altra, tra una terapia e l’altra; la scoperta dello sguardo degli altri che ci condiziona e ci intrappola mettendo a nudo la vergogna del “quanto valiamo nel catalogo dei vivi, ora che siamo guasti?”; la rabbia e l’egoismo che si nascondono dietro quell’interrogativo incalzante “Perché proprio a me”?

Non mancano inoltre considerazioni sulla sanità pubblica con i suoi pregi e le numerose carenze, sulla fragilità del- la scienza che non riesce sempre a dare al paziente risposte certe, sul linguaggio della medicina che difficilmente coincide con il male che prova a descrivere. Non ci sono risposte a tutte le domande laceranti che l’autrice pone a se stessa e a noi, quello che ci resta, e non è poco, è un messaggio di verità, una verità che può essere scomoda e fare male, ma che è l’unica via che porta all’accettazione e che apre il futuro alla speranza.

Carla Franciosi

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