Editoriale – MEDIA EDUCATION. ANCHE PER ADULTI E TERZA ETÀ?

L’educazione per la vita nel mondo digitalizzato

Il mondo nel quale viviamo ci costringe a mantenere il processo di apprendimento attivo per l’intero arco della nostra esistenza. Un tempo, si percepivano gli anni di studio come volti all’acquisizione di specifiche competenze che avremmo poi portato avanti per tutta la vita.

Competenze affinate ed integrate con il saper fare derivante dall’esperienza accumulata; ma lo studio di ogni individuo era, in generale, vissuto come uno specifico momento nella vita delle persone, dedicato appunto all’apprendimento, al raggiungimento di un livello educativo che permettesse di confrontarsi con il mondo e di saperlo dominare.

Da diversi anni ormai, invece, è sempre più chiaro che i tempi sono cambiati e che l’esigenza di essere esposti ad un continuo processo educativo sia fondamentale per la vita nella società in cui viviamo: il lifelong learning l’educazione, come esperienza continua, durante tutto l’arco della nostra vita, ci accoglie da prima della scuola fin dopo la conclusione dell’attività lavorativa. Concetto che, sebbene nasca negli anni ’30 del secolo scorso, si inizia timidamente ad avvicinare a quello che oggi consideriamo come tale solo dopo il 1972, ma è solo con la fine degli anni 90 ed i primi anni 2000 che l’Europa si pone l’obiettivo di adattare l’istruzione e la formazione ai bisogni dei cittadini in tutte le fasi della loro vita per promuovere l’occupabilità e l’inclusione sociale.

Oggi, ben consci dell’importanza di questo processo ci troviamo sempre più coinvolti nelle sfide dell’educazione per adulti e per la terza età, anche perché è indubbio come l’evoluzione tecnologica spinga più in alto l’asticella in merito alle competenze minime che ognuno di noi deve possedere per potersi districare in un mondo sempre più complesso e digitalizzato. Superare le barriere ancora esistenti tra educazione formale, non formale ed informale, per promuovere la realizzazione dell’individuo, sia a livello individuale che sociale, diventa sempre più necessario.

In questo numero troverete, tra gli altri, un articolo di Micaela Castiglioni volto ad indagare in maniera critica i rapporti tra le tecnologie digitali e la formazione degli adulti in vista di un’alfabetizzazione critica e inclusiva, analizzando i rischi che sono nascosti in questi processi.

Ci occuperemo di e-commerce e disabilità con un articolo di Andrea Romanazzi che si interroga sullo shopping online il quale, interessando anche persone con disabilità psico-fisiche, diventa addirittura un’opportunità lavorativa nell’esempio mostratoci della piattaforma Teespring.

Sempre in tema di disabilità, vi presentiamo un lavoro svolto presso la Fondazione Sacra Famiglia di Cocquio Trevisago, dove si potrà toccare con mano l’importanza dell’educazione/formazione come strumento terapeutico, grazie ad un importante lavoro o che ha portato alla realizzazione di un cortometraggio: “Tito e Sibilla e gli insoliti sospetti”. L’esperienza nasce da un laboratorio cinematografico svoltosi presso la residenza che ha visto coinvolti come attori, gli ospiti della stessa, mostrandone il valore educativo e permettendo di sperimentare e di soddisfare i propri bisogni relazionali, espressivi, di immaginazione e di fantasia, attraverso un linguaggio artistico.

Altro tema che è estremamente importante e di cui ci occupiamo in questo numero è quello dello Sharenting. Con sharenting si intende la diffusa pratica dei genitori che condividono sul web contenuti sui propri figli. Un fenomeno ormai internazionale che occorre conoscere bene per poter educare i genitori facendogli comprendere le implicazioni di questa attività. Spesso questi ultimi non si rendono conto che non stanno solo incidendo sull’identità digitale dei propri figli che un domani si ritroveranno incapaci di esercitare il diritto all’oblio, ma stanno anche pesantemente ipotecando il loro diritto all’autodeterminazione esponendoli ad una prematura definizione della loro personalità, senza passare attraverso la fase adolescenziale nella quale l’individuo vuole poter determinare cos’è e cosa non è, a prescindere da ciò che forse è stato, magari solo per un breve periodo nel quale si è sperimentato nel mondo.

Infatti, se è auspicabile e sano che un adolescente usi moderatamente anche i social media per poter definire la propria identità personale, che ricordo Goffman indica come l’insieme di ruoli che ognuno recita di fronte al mondo, o perché li ha scelti, o perché gli sono stati assegnati, o perché vi è stato indirizzato, in forme esplicite o implicite, fin da quando era bambino, certo non lo è che siano i genitori a scegliere al loro posto.

Per esprimere meglio il concetto, prendendo in prestito le parole di Anna Oliviero Ferraris: “Dal punto di vista del soggetto, Internet si presta ad essere un laboratorio dell’identità. Si possono scolpire identità nuove e poi provarle per vedere se funzionano, registrarne i pregi e i limiti. Alcune possono funzionare come identità pilota e poi essere dimesse rapidamente. Altre invece possono portare ad un approfondimento nella conoscenza di sé e degli altri”. Questa cosa è possibile solo se si è in prima persona artefici di questi tentativi ed esperimenti per cercare la propria personalità, non certo se il tutto viene mediato ed ipotecato da genitori che li espongono più per parlar di loro stessi che non dei propri figli.

Da ultimo, siamo molto lieti che nella puntata andata in onda il 23 novembre, la trasmissione Otto e Mezzo abbia mostrato anche Pedagogika.it all’interno di un servizio dedicato alle riviste culturali: comunità pensanti che, benché di nicchia, sono capaci di trovare il loro pubblico oltre la cerchia degli addetti ai lavori. Preziose e care riviste culturali, oltre il mainstream contemporaneo.

Non ci resta che augurarvi uno splendido 2023 nella speranza che le guerre in generale, compresa quella in Ucraina, possano concludersi quanto prima.

IGOR GUIDA

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