I docenti aggrediti hanno perdonato? Ma non è questo il punto

Di DAFNE GUIDA
Psicopedagogista e Presidente Stripes Coop

 

 

Nel dibattito che si è acceso intorno ai docenti aggrediti che hanno scelto di non denunciare, c’è qualcosa che continua a sfuggirci. Si discute del perdono come gesto morale, quasi eroico, oppure lo si interpreta come segno di debolezza. Questa polarizzazione ci fa perdere il nodo più importante: l’anomalia di un sistema che scarica sulle singole vittime una responsabilità che dovrebbe essere collettiva.

Come pedagogista che lavora da anni nelle scuole e nei servizi educativi, non posso non vedere la distorsione. Perché mai dovrebbe essere il docente aggredito a decidere se attivare o meno un percorso giudiziario? Perché la risposta a un atto che riguarda l’intera comunità educativa viene ridotta a una scelta privata, emotivamente gravosa e solitaria?
Questo spostamento è problematico. Non solo perché espone gli insegnanti a un carico etico e psicologico enorme, ma soprattutto perché tradisce il principio di corresponsabilità pedagogica. La scuola non è un insieme di individui isolati. È una comunità, e come tale dovrebbe agire.
Perdono non è assolvere.

© iStock.com/wildpixel

I docenti che hanno scelto di non denunciare non hanno assolto gli studenti. Hanno fatto qualcosa di più complesso e pedagogicamente esigente: hanno separato il piano della relazione educativa da quello della giustizia sanzionatoria personale. Hanno perdonato, sì, nel senso di non restare intrappolati nella logica della vendetta. Ma non hanno rinunciato alla responsabilità educativa. Al contrario, l’hanno riaffermata.
Il gesto non sta nel “lasciar correre”. Sta nello spostare l’intervento su un terreno propriamente educativo: la sospensione, la possibile bocciatura, la presa in carico della gravità dell’atto all’interno del percorso scolastico. Il perdono in questa logica non cancella la conseguenza. La riformula in modo diverso.
Quando chiediamo a un insegnante di denunciare o meno, trasformiamo un fatto educativo in una questione privata. Ma un’aggressione a degli insegnanti (aggrediti in quanto facenti parte dell’universo scuola) non è mai solo un “fatto personale”. Riguarda l’istituzione, il sistema educativo, il contesto sociale, la comunità educativa. La risposta non dovrebbe dipendere dalla scelta della vittima. Dovrebbe essere strutturale, istituzionale, condivisa. Quasi automatica mi verrebbe da dire. Delegare al singolo significa isolare chi ha subito violenza, frammentare la risposta educativa, rischiare di trasformare la denuncia in una rivalsa personale. L’educazione ha bisogno esattamente del contrario: coerenza, chiarezza, comunità. Se guardiamo bene, quei docenti non hanno scelto la debolezza. Hanno fatto una scelta estremamente esigente: non entrare nella spirale della vendetta, ma restare dentro il proprio ruolo educativo fino in fondo. Non spetta a loro punire penalmente. Non vogliono definire la relazione con gli studenti a partire dall’atto violento. Ma non intendono nemmeno negarlo o minimizzarlo.
Il loro è un gesto profondamente pedagogico: tenere insieme responsabilità e possibilità di cambiamento. Sospendere o bocciare non è punire in senso punitivo. È segnare un limite, dare un contenimento, restituire senso alle regole. È dire: quello che è accaduto è grave e ha conseguenze, ma tu non sei ridotto a questo gesto, tu non sei solo questo.
Forse, allora, la domanda giusta non è se hanno fatto bene a perdonare. Ma perché sono stati lasciati soli a farlo.
Una comunità educativa dovrebbe assumersi in modo condiviso le decisioni più difficili, non scaricare sulle vittime la gestione del conflitto, distinguere chiaramente tra giustizia istituzionale e relazione educativa. Solo così il perdono è davvero un gesto libero e non una necessità imposta dalle circostanze.
Il contributo più importante di questi docenti non è aver perdonato. È aver mostrato, forse senza volerlo, che l’educazione non coincide né con la punizione né con l’impunità, ma con la capacità di costruire risposte che tengano insieme responsabilità, limiti e possibilità.
Ci ricordano qualcosa di scomodo. Una società e uno Stato che lasciano soli i propri insegnanti di fronte alla violenza non è una comunità educativa. È un sistema fragile che ha smarrito il senso della corresponsabilità.


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