L’Operatore Pedagogico, una nuova figura in Patologia Neonatale

L’Operatore Pedagogico guida i genitori nel delicato percorso che si trovano ad affrontare quando si presenta l’esigenza di un ricovero in Terapia Intensiva Neonatale
del loro nascituro, e attraverso le sue competenze e le sue abilità si propone di stabilire una relazione di aiuto, affinché genitori e operatori, possano trovare nuovi equilibri per poter superare i disagi e le difficoltà incontrati nel corso della loro esperienza

Silvia Cambianica*

Per un genitore prendersi cura di un bambino ricoverato in ospedale vuol dire farsi carico di tutte le sue esigenze, non solo sanitarie, per aiutarlo a trovare uno spazio di crescita anche in una situazione complessa e traumatica come quella dell’ospedalizzazione. Il ricovero del proprio piccolo in ospedale comporta cambiamenti significativi per la famiglia. I genitori devono delegare cure e decisioni a medici e infermieri. Così, come afferma Silvia Kanizsa (1998), quando il piccolo incontra il “lupo cattivo”, ovvero la malattia, è necessario che i genitori sappiano elaborare strategie che permettano l’espressione, il controllo e l’elaborazione delle angosce che l’evento scatena nel loro piccolo neonato e anche in tutte le figure di riferimento che lo circondano. Per un operatore sanitario che opera in un contesto complesso come la Terapia Intensiva Neonatale (TIN) diventa fondamentale saper gestire le emozioni e riuscire a sviluppare strategie per il controllo e l’elaborazione delle ansie e delle angosce, sia le proprie che quelle dei familiari dei piccoli pazienti. Infatti, lavorare in un contesto così delicato suscita negli operatori un forte stress legato sia alla complessità della loro professione e che alla loro personale esperienza, alle loro emozioni e ai loro sentimenti.

E se all’interno del reparto ci fosse un Operatore Pedagogico?

Durante l’ultimo anno del mio percorso universitario, ho avuto l’occasione di condurre una breve indagine sul campo nel reparto di Patologia Neonatale di una struttura ospedaliera del nord Italia, durante i primi mesi del 2020 (prima dell’arrivo del Covid-19). Avere come oggetto d’indagine il ruolo che l’Operatore Pedagogico potrebbe ricoprire all’interno del reparto di Terapia Intensiva Neonatale ha significato dover studiare i vissuti dei soggetti coinvolti nella relazione di cura dei piccoli pazienti e ha implicato diversi interrogativi nella scelta di un adeguato metodo di analisi. L’analisi dei dati è in- fatti un aspetto cruciale, azioni e parole raccolte sul campo sono stati legati alle interviste come suggerimenti per studia- re in modo più approfondito l’oggetto di indagine. L’indagine si è svolta seguendo il metodo etnografico proposto da Attilia Bruni nel testo “La ricerca qualitativa in ambito sanitario” (2017) a cura di Luigina Mortari e Lucia Zannini. Attraverso questa esperienza ho provato a delineare il ruolo che potrebbe ricoprire la figura dell’Operatore Pedagogico in tale contesto.

Dall’indagine che ho condotto emerge che uno sguardo pedagogico potrebbe giovare sia agli operatori sanitari che ai genitori dei piccoli pazienti. Si presuppone che questa figura possa costruire un rapporto umano autentico e sincero, suscitando stima e fiducia, per agire in vista del bene del personale e dei familiari. Supportando gli operatori sanitari nel loro complesso lavoro e stando accanto ai familiari nel loro delicato percorso, si potrebbero moderare così eventuali conflitti, stati di ansia e stress. Inoltre, sarebbe riconosciuta l’importanza dei progetti di vita delle persone con cui si relaziona, ricordando loro che la vita ha un senso, in ogni circostanza e in qualunque condizione.

In questo articolo, ho preferito utilizzare il termine “Operatore Pedagogico” a quello più noto di “pedagogista”. Il motivo è da ricercarsi nel suo significato, il quale rimanda ad una sintesi rilevante e significativa rispetto al ruolo e alla professionalità di questa figura:

  • Operatore – dà l’idea di un immediato interesse per l’intervento sul campo dunque risulta pienamente congruente con le caratteristiche di una scienza pratica, la cui dimensione principale è costituita dal futuro; – Pedagogico – deriva in via diretta dal termine pedagogia con cui abbiamo definito la scienza dell’educazione fenomenologicamente fondata, rinvia al suo necessario riferirsi alle indicazioni e alle esigenze emerse proprio a livello di quella 1

L’Operatore Pedagogico da me ricercato è quindi una figura che attraverso le sue competenze e le sue abilità si propone di stabilire una relazione di aiuto. Attraverso questa relazione, genitori e operatori, possono trovare nuovi equilibri per poter superare i disagi e le difficoltà incontrati nel corso della loro esperienza. Alla base di questa professione si trovano l’interazione diretta con la persona, la ricerca di un suo benessere e di un suo equilibrio. Pertanto, l’Operatore Pedagogico attua un programma non standardizzato, ma individualizzato, basato sulle peculiarità e sulla storia personale della persona che si trova di fronte.

L’Operatore Pedagogico parteciperebbe, inoltre, in modo significativo alle riunioni di équipe collaborando con il personale medico-infermieristico alla progettazione di mirati interventi d’aiuto, d’educazione, di coordinamento e di sostegno per i piccoli pazienti e per le loro famiglie. È necessario che tutto lo staff collabori attivamente per creare, in ogni situazione, uno specifico intervento che sostenga le diverse aree e i diversi aspetti della vita delle persone.

L’Operatore Pedagogico può quindi dare una chiave di lettura differente a medici ed infermieri, i quali saranno incentivati a innescare processi riflessivi trasformativi: acquisiranno nuove consapevolezze e potranno tingere le loro azioni di nuovi significati, collegando eventi e situazioni che prima potevano apparire disgiunti. Guideranno i loro gesti di cura con maggiore consapevolezza e si relazioneranno con i piccoli pazienti e le loro famiglie in modo personalizzato, mettendo in atto interventi specifici.

Secondo lo studio condotto da Bertolini (2005) sui rapporti che intercorrono tra scienze diverse «il corpo dell’uomo acquista il suo autentico significato solo se considerato nella sua inscindibile unità con la mente». La prospettiva epistemologica che emerge come la più convincente non consiste solo nella disponibilità di ciascuna di esse a riconoscere le altre e di farsi riconoscere, ma nello stabilire un dialogo teorico e pratico (Bertolini, 2005). In questo modo sarà possibile trovare una forma di cooperazione. Sia la medicina che la pedagogia hanno individuato entrambe il fine ultimo di aiutare le persone a migliorare in concreto la qualità della loro vita.

L’esperienza del personale medico-infermieristico e dei familiari coinvolti nello studio si rivela nel complesso caratterizzata da molteplici punti di contatto e similitudini. In riferimento al focus dell’indagine da me condotta, si evince come in molte situazioni si senta la mancanza di un sostegno, di un appoggio. Emerge la necessità di una figura competente, presente internamente al reparto, che sia di supporto sia per gli operatori che per i familiari. Ed è proprio qui che si può inserire l’Operatore Pedagogico. Questo è il punto di partenza per la costruzione del suo ruolo.

Durante la permanenza sul campo mi sono accorta dell’interesse che gli operatori dimostravano nei riguardi di questo ipotetico ruolo all’interno del reparto. Nonostante non abbia sempre ricevuto apprezzamenti riguardo all’indagine, questo aspetto è stato fondamentale perché mi ha permesso di comprendere le resistenze del personale e la rigidità del reparto. Un reparto considerato “di nicchia”, sconosciuto a molti, anche a coloro che lavorano in altre aree dell’ospedale. Pertanto, inserire una figura nuova all’interno dell’équipe non si presenta come evento semplice e immediato, a causa del fatto che talvolta il cambiamento, in un ambiente ben consolidato, provoca resistenze, crea dubbi e produce interrogativi. L’Operatore Pedagogico dovrà quindi saper accogliere tutti questi aspetti, facendo il suo ingresso in reparto “in punta di piedi”.

La figura dell’Operatore Pedagogico acquisisce un valore notevole in Patologia Neonatale, perché alla base di questo reparto così delicato e complesso, si trovano la fragilità e la vulnerabilità umana. Se la nascita è da un lato un evento felice, nascere non sempre è una cosa semplice. In un reparto come la TIN, la bellezza del nascere si scontra con la difficoltà della malattia, con la preoccupazione, con la paura. Viene troncata una parte di quella gioia che un genitore, ma anche un medico e un infermiere, un nonno e una nonna, un fratello e una sorella, provano nel momento in cui si ode un nuovo vagito. Pertanto, se il proprium della pedagogia è l’educazione, o meglio, sono i fatti educativi, e i fenomeni cui si riferisce sono proiettati verso il futuro sotto forma di cambiamento e trasformazione, la figura dell’Operatore Pedagogico sembrerebbe essere veramente necessaria, perché porterebbe, attraverso le capacità e le competenze derivanti dalla sua professione, un aiuto concreto agli operatori sanitari.

Sul piano pedagogico vengono approfonditi tutti gli aspetti per “educare fin dalla nascita” i quali sono necessari sia ai genitori, che al personale medico-infermieristico. Come risulta dai dati emersi dall’indagine che ho condotto, loro stessi trovano una mancanza degli aspetti pedagogici e psicologici nella loro formazione. Sono i primi a rendersi conto che oggi c’è una richiesta sempre maggiore di figure collaterali che siano in grado di cooperare insieme a loro per poter dare ai piccoli pazienti, alle loro famiglie, ma anche a loro stessi, un aiuto concreto e globale. Le note difficoltà che si sono generate a causa del Covid-19 vanno ad avvalorare la necessità di questa figura. L’Operatore Pedagogico diverrebbe un riferimento importante per tutte le figure presenti in reparto, perché si occuperebbe di tutti quegli aspetti educativo-relazionali volti alla creazione di legami costruttivi e di solide relazioni professionali.

Come sottolinea Roman Negri (2012), quando la coppia è affiatata e l’unione esprime la volontà di costituire una famiglia, il bambino rappresenta colui che dà l’opportunità ai genitori di completare il nucleo familiare. Come evidenzia Brazelton (1983), diventa l’occasione di tramandare sè stessi e di avere «un’altra possibilità di vita»: nel generare il bambino essi desiderano realizzare una creatura che racchiuda le loro migliori qualità. «Ogni genitore si forma nella mente l’immagine del figlio “ideale”» (Caso, 2015). Generalmente questa immagine non contempla un figlio malato, ma un bambino bello e sano. L’idea di un figlio «tutto vivacità e salute» (Kanizsa, 1998) non aiuta nel successivo percorso di accettazione del- la malattia del piccolo, ma rende tutto più difficile e doloroso.

Il trauma legato alla nascita di un bambino che ha bisogno di cure intensi- ve è un evento che colpisce direttamente l’intero nucleo familiare. Pertanto, risulta necessario che le famiglie non vengano lasciate sole in un momento così delicato della loro vita.

Pia Massaglia ha sintetizzato nelle seguenti fasi il percorso emotivo che si innesca nel genitore di fronte alla malattia del proprio figlio:

  • Shock: caratterizza la fase nella qua- le il genitore apprende e prende lenta- mente consapevolezza della malattia del proprio bambino e solitamente dura qualche giorno; è connotata da uno sta- to di confusione e di disorientamento totale, che lo porta ad un’incapacità di affrontare la vita a qualsiasi livello, dal recepire correttamente le informazioni e le spiegazioni mediche al vivere la propria normale quotidianità;
  • Negazione: si traduce nel tentativo ostinato di affermare che il problema non esista o che sia facilmente risolvibile; è la fase in cui si iniziano a trascurare le reali possibilità di cura e si va alla ricerca di pareri diversi o di interventi risolutivi;
  • Accettazione: è la fase in cui si inizia a considerare la situazione reale e comporta una sofferenza intensa, che non si traduce, tuttavia, mai nell’accettazione completa, ma – piuttosto – nella convivenza con una realtà sostanzialmente 2

In sintesi, l’Operatore Pedagogico guiderebbe i genitori nel delicato per- corso che si trovano ad affrontare quando si presenta l’esigenza di un ricovero in TIN del loro nascituro. Grazie alle diagnosi prenatali, alcuni genitori san- no già dalla gravidanza che alla nascita il loro bambino avrà bisogno di cure intensive, mentre capita che alcuni neonati vengano ricoverati nei primissimi giorni di vita. Sarebbe importante che questa figura fosse sempre presente nel momento in cui si mostrasse la necessità di un ricovero per un neonato, perché la sua presenza potrebbe supportare i genitori nella gestione delle ansie e dello stress provocati da questa difficile esperienza. Potrebbe infatti intraprendere un percorso prenatale, perinatale e post nascita, dal momento che la consulenza pedagogica nell’ambito della prima infanzia svolge un ruolo fondamentale di supporto e accompagnamento genitoriale, promuovendo la consapevolezza nella costruzione di un individuo felice ed equilibrato. Potrebbe aiutare i genitori a comprendere e accogliere le esigenze primarie del neonato per assicurare uno sviluppo equilibrato in continuità con i bisogni di sicurezza, di contatto e di protezione vissuti nel grembo materno.

Per fare ciò, questa figura professionale dovrebbe quindi possedere una formazione specializzata e un bagaglio di abilità che spaziano in diversi ambiti. Dovrebbe pertanto possedere determinate soft skill: in primo luogo la capacità di ascolto, l’empatia, l’intelligenza emotiva, il pensiero critico, la flessibilità, la negoziazione. Dovrebbe inoltre avere l’abilità nel problem-finding, ossia il rendersi conto della presenza di un problema, nel problem-setting, cioè la definizione del problema, nel problem-solving, l’eliminazione delle cause, risolvendo così il problema, l’attitudine al decision-making, ossia l’essere in grado di agire in maniera opportuna in base al problema, e al decision-taking, ovvero possedere una capacità decisionale che gli permetta di passare all’azione. Queste caratteristiche concorreranno a mettere in atto una comunicazione efficace. Dovrebbe possedere infine una spiccata gestione dello stress, avere fiducia in sè stesso, essere in grado di apprendere in maniera continuativa e di gestire correttamente tutte le informazioni, il tutto lavorando in una équipe qualificata.

L’Operatore Pedagogico si propone di educare all’autonomia e non addestrare alla dipendenza, attuando un percorso educativo-relazionale attraverso il quale cerca di far emergere le peculiarità della personalità e del carattere delle persone con cui lavora. Questo obiettivo potrebbe essere raggiunto aiutando a reagire anche nelle situazioni più complesse, sostenendo le persone, accompagnandole nei momenti difficili e cercando di trovare le migliori strategie per poter dare una buona base da cui ripartire e poter quindi tornare “a camminare da soli”. Ma anche educando alla cura di sé e del proprio “io” partendo da tutte quelle realtà che possono incidere sulla qualità della vita. Educare è complesso e impegnativo, ma è proprio questa la sfida che l’Operatore Pedagogico dovrebbe scegliere di affrontare.

 

*Consulente Pedagogica Familiare,

Giuridica e Scolastica. Pedagogista in Terapia Intensiva Neonatale.

 

Note:

1 Piero Bertolini (1988), L’esistere Pedagogico, 304

2 Pia Massaglia in Capurso (2001) (a cura di), Gioco e studio in ospedale. Creare e gestire un servizio ludico-educativo in un reparto pediatrico, Trento, Erickson

 

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