Un villaggio per educare

Domande, curiosità e dubbi dal mondo dell’educazione

 

a cura di Alessia Todeschini

Siamo un gruppo di educatrici di un nido. Il prossimo anno vorremmo sperimentare una modalità di lavoro differente da quella a cui siamo abituate, ovverosia passare da sezioni omogenee a sezioni eterogenee, che abbiano gruppi misti di bambini dai 12 ai 36 mesi. Per noi, abituate da sempre a lavorare per gruppi omogenei, è una grande novità. Vorremmo dei suggerimenti per allestire al meglio gli spazi e qualche suggerimento su come impostare le proposte di gioco in modo che i bambini possano fare esperienze interessanti.

Risponde Deborah Rimondi Coordinatrice Nido, Stripes Coop Sociale

L’organizzazione al Nido secondo gruppi eterogenei per età permette una riconsiderazione delle dimensioni socio-cognitive e socioaffettive dei bambini, tese a una valorizzazione del gruppo quale risorsa e ad una focalizzazione sul ruolo dell’adulto.

I gruppi misti al nido diventano un’importante occasione per sperimentare nuove relazioni ricche e complesse.

In questa prospettiva le capacità riflessive, di osservazione e di organizzazione degli spazi e delle proposte ludiche diventano fondamentali per la gestione di un gruppo misto.

Organizzare la sala in angoli con dei “centri di interesse” può aiutare la convivenza di piccoli e grandi. Il materiale proposto, soprattutto se non strutturato, di recupero o di riciclo (tappi, cartone, barattoli ecc…) permette ad ogni bambino di creare e sperimentare in base alle proprie competenze, fantasia, creatività. Il gran- de vantaggio di questi materiali è proprio quello di non aver nessun uso specifico: non ci sono pulsanti da schiacciare per far uscire la musica, non ci sono direzioni da seguire, nessun obiettivo finale da realizzare, non c’è un modo giusto o sbagliato per utilizzare il materiale. Sono materiali “flessibili” perché ogni bambino decide quale materiale manipolare, come manipolarlo e che gioco costruire con esso. Si passerà quindi da una manipolazione indifferenziata dei bimbi più piccoli ad un interesse più concreto e simbolico per i bambini più grandi.

Un angolo a tappeto con proposte morbide, libretti può agevolare la relazione tra le diverse età: i più grandi possono ritagliarsi momenti di relax mentre i più piccoli sentirsi contenuti e protetti.

Lo spazio sensoriale con più proposte magari su pannelli permette la scoperta delle sensazioni per i più piccoli e delle prime scoperte spaziali e di coordinamento per i più grandi: allacciare bottoni, infilare le stringhe ecc….

Per le proposte ludiche più strutturate i gruppi potrebbero essere divisi per “competenze” e bisogni: un’attenta osservazione dei bimbi aiuta le educatrici all’organizzazione dei gruppi omogenei appunto per bisogni e non più per età. Come ricorda Barbara Rogoff (“Imparando a Pensare”, 1950) i “bambini sono apprendisti del pensiero, attivi nei loro sforzi per imparare attraverso l’osservazione e la partecipazione con i pari e con i membri più esperti del loro gruppo sociale, capaci di sviluppare le abilità necessarie per risolvere problemi culturalmente definiti con gli strumenti disponibili e di lavorare a partire da questi dati per costruire nuove soluzioni all’interno del contesto dell’attività socio-culturale” In questo senso l’attività è pensata e strutturata ad hoc sui bambini “reali” e con obiettivi comuni. Qualora non fosse possibile un’organizzazione dei gruppi in questo forma, ma ci trovassimo ad avere bambini con competenze e bisogni diversi, non dobbiamo allo stesso modo dimenticare, che l’eterogeneità è un valore aggiunto perché permette ad esempio l’imitazione del piccolo verso il grande (ma anche il contrario) così come la cura del grande nei confronti del piccolo. Il piccolo, avendo più modelli da cui attingere (gli adulti e i pari), imita il gioco e l’azione del grande, provando, sbagliando e riprovando e queste esperienze lo condurranno più agevolmente all’autonomia. Anche i grandi però cercano i più piccoli: hanno infatti la possibilità di “regredire”, per consolidare le loro conquiste e il piacere di un’autonomia già raggiunta, sviluppando verso di loro forme di responsabilizzazione e di cura. L’educatore, il caregiver, monitorizza osserva e partecipa attivamente implementando sostenendo i processi di partecipazione e di apprendimento dei bambini e intervenendo attraverso varie strategie: sollecitando gli scambi, ponendosi in prima persona come esempio di socialità positiva, osservando come i bambini intervengono nella situazione e quali sono gli effetti, ecc..

Quello che è importante rispetto alle attività è pensare che al bambino vengono offerte delle esperienze ludiche senza nessuna performance o costruzione di un prodotto ma solo (e non è poco) l’occasione per sperimentarsi, mettersi in gioco, misurarsi e vivere quell’esperienze come meglio crede e per quanto le sue possibilità gli permette di viverla

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