CavallettaFrancesca Giovannetti

Il signor Gianni all’età di quarant’anni aveva una grande paura irrisolta delle cavallette. Ma non lo aveva
detto a nessuno che il motivo di tanto timore era dovuto a un fatto insulso. Quand’egli era ancora piccolo
una cavalletta, di quelle grandi e scure, gli era saltata dritta in bocca e, sebbene l’avesse sputata anni fa, il
signor Gianni la sentiva ancora secca e immobile riempire il suo cavo orale.
In un primo momento si era perfino illuso di aver saputo gestire una situazione per lui estremamente
delicata, con sufficiente autocontrollo e non si immaginava certo che l’immagine di quell’insetto
l’avrebbe tormentato per anni. Potrete quindi comprendere la sua reazione quando il giorno del suo
quarantesimo compleanno si trovò nuovamente di fronte a quella bestia.
«Corri signor Gianni!» gli urlavano le gambe. Ma niente, il signor Gianni di fronte a quell’essere fece
l’unico gesto che gli suggerì il cervello e di colpo spalancò la bocca per lanciare un unico grido di terrore.
In quella circostanza e per sua personale esperienza avrebbe fatto meglio a dar retta alle gambe dal
momento che la cavalletta si trovò presto ancorata alla sua umida lingua. «Di nuovo! Era successo di
nuovo!». Tremava, urlava e scappava da se stesso, ma la paura era dentro di lui ed egli non sapeva dove
andare.
Memorabile fu il giorno in cui signor Gianni decise di prendere appuntamento con uno specialista per
riuscire a gestire meglio la sua paura delle cavallette: Dottor Merioli, psicologo e psicoterapeuta.
Eppure il signor Gianni si era ripromesso di non cedere alla tentazione di spiattellare a un dottore che la
storia della cavalletta era una bizza, una cosa che il suo cervello fin troppo intelligente aveva messo in
atto per portarlo proprio dove si trovava in quel momento. Si era giurato che avrebbe tenuto per sé i suoi
problemi del passato e che l’unico sfogo ammesso sarebbe stato quello relativo alle cavallette.
I primi dieci minuti passarono lenti mentre nella sua testa balenavano miliardi di idee alla velocità della
luce e si schiantavano come asteroidi sulla sua coscienza. «Inizia a parlare!», «Diglielo!», «Aspetta che te
lo chieda lui», «Vediamo se lo capisce senza che tu glielo dica». Ed era come se sopra tutte queste vocine
che gli riecheggiavano nella testa ce ne fosse stata una più forte, una grande che col tono severo di un dio
prevaleva sulle altre senza dire niente e lo faceva sentire come un pazzo in manicomio. E quando lo
psicologo gli rivolse una prima semplice domanda il signor Gianni esplose.
«Perché sono qui? Per la storia della cavalletta. Sono qui perché una cavalletta mi è entrata in bocca».
«Bene!» replicò lo psicologo «Mi racconti».
Fu in quel momento che il signor Gianni trovò così stupida la storia della cavalletta da capire di non
volerla più raccontare. Avrebbe avuto altro da dire per conferire dignità alle sue paure, ma non era ancora
pronto. Non gli sembrava possibile che anche una paura potesse portare con sé un certo grado di dignità.
Così pensò e ripensò finché non si rese conto che la via più breve per la verità era quella che partiva dalla
cavalletta e forse a modo suo quella, per quanto lunga fosse, era davvero la storia più breve che il signor

Gianni potesse raccontare. Una storia che se non fosse partita dalla cavalletta forse avrebbe avuto soltanto
un inizio e mai una fine.
Nel raccontare della sua ultima spiacevole avventura il signor Gianni ci tenne a precisare che la
somiglianza delle due cavallette che l’avevano aggredito nel corso della sua vita era tale da avergli fatto
pensare che fossero in qualche modo imparentate. Perfino lui non sapeva se credere fino in fondo a quella
sua teoria, ma l’idea in qualche modo lo incuriosiva e lo terrificava al punto da volerla condividere con lo
psicologo.
Il dottore, tuttavia, si rivolse al signor Gianni e gli chiese serio: «Dove si trovava al momento
dell’aggressione?».
Egli non seppe se sentirsi schernito o adeguatamente compreso. «L’aggressione? È così che la vogliamo
chiamare?» pensò. «Beh, ultimamente mi trovavo a casa mia». «E la prima volta?» chiese subito il
dottore. «La prima volta?» si interrogava muto il signor Gianni. «La prima volta ero… dov’ero? Ero dal
fioraio». «Eri dal fioraio» gli ripeteva una voce dentro di sé. «Eri dal fioraio, non ricordi? Ricorda forza!»
finché non lo costrinse a dirlo ad alta voce. «E perché eri dal fioraio?» chiesero all’unisono il dottore e la
coscienza di Gianni. «Ero dal fioraio perché dovevo comprare dei crisantemi». «Dei crisantemi?» replicò
lo psicologo. «Per quale ragione stava comprando dei crisantemi?».
Nella testa del signor Gianni c’era l’inferno e i pensieri si appoggiavano gli uni agli altri, stretti, accalcati,
tutti in fila, in attesa di essere traghettati dal cervello alla bocca.
«Senta abbiamo tutto il tempo che vuole. Se non se la sente possiamo cambiare discorso o continuare
un’altra volta» disse lo psicologo calmo. Ma senza ragione una fretta impetuosa colse il signor Gianni che
replicò incerto: «Era morta mia madre». E mentre pronunciava queste parole pensò che quell’imperfetto
era un tempo bellissimo che sembrava limitare la morte della madre al passato. Come se la stessa
condizione non fosse valida per il presente. Ma subito, come se stesse commettendo un’ingiustizia nei
confronti del mondo sentì il bisogno di correggersi e disse: «Mia madre è morta».

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