Editoriale

“Tutto il problema della vita è dunque questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri; così si spiega la persistenza del matrimonio, della paternità, delle amicizie. Perché poi stia qui la felicità, mah! Perché si debba star meglio comunicando con un altro che non stando da soli, è strano. Forse è solo un’illusione: si sta benissimo da soli la maggior parte del tempo. Piace di tanto in tanto avere un otre in cui versarsi e poi bervi se stessi: dato che dagli altri chiediamo ciò che abbiamo già in noi. Mistero perché non ci basti scrutare e bere in noi e ci occorra riavere noi dagli altri… ”

Perché ci occorra riavere noi dagli altri è l’interrogativo che Cesare Pavese si poneva nel suo Mestiere di Vivere.

Sia pure spogliato da ogni ambizione letteraria, è anche l’interrogativo che si può porre chiunque nell’ambito delle professioni di aiuto si voglia cimentare a capire il senso del proprio impegno, del proprio essere operatore sociale, educatore, psicologo, insegnante, medico.

Trovandoci d’accordo con l’affermazione di Jacques Lacan intorno al desiderio dell’uomo che “trova il suo senso nel desiderio dell’altro”, abbiamo cercato di indagare questo senso, le sue implicazioni, le sue ricadute attraverso contributi e riflessioni.

Il mancato riconoscimento delle proprie aspettative, nodo cruciale nelle relazioni di aiuto, sembra gettare nello sconforto anche i professionisti più preparati: una sorta di perdita di senso, di lutto senza perdita si insinua subdolamente, rendendo particolarmente pesante il lavoro. L’immagine e la stima di sé, sottomessa al desiderio dell’altro ed ai suoi capricci, non venendo riconosciuta, rischia di vacillare e di impoverirsi rendendo necessaria, a quel punto, una rivisitazione di tutto il lavoro accompagnata anche da una rigorosa supervisione. Arriva, insomma, il momento di fare i conti con l’altro. Nel dossier Lavorare Stanca abbiamo provato a farlo. La suggestione, presa sempre in prestito da Pavese, ci sembra tenga conto degli affanni quotidiani della vita, come condizioni ineluttabili per imparare Il Mestiere di Vivere.

Nella seconda parte, il saggio di Silvia Vegetti Finzi La memoria del silenzio, ricollegando il passato al presente ed il presente al futuro, ci riconduce ancora una volta al desiderio. Al desiderio del tempo passato come promessa per il futuro.

Maria Piacente