La famiglia e le vicissitudini del suo genoma

La famiglia e le vicissitudini del suo genoma

Dobbiamo rivedere completamente la questione delle funzioni mediative – e in concreto quelle educative – della famiglia. Molti sostengono che la famiglia conti sempre meno nella vita sociale. Io sostengo la tesi che è vero esattamente il contrario, perché le decisioni che gli individui prendono nella loro vita sono fortemente influenzate dalle loro relazioni famigliari e, a loro volta, influiscono profondamente sulla vita degli altri membri della famiglia.

Pierpaolo Donati*

La famiglia e le vicissitudini del suo genoma

Dobbiamo rivedere completamente la questione delle funzioni mediative – e in concreto quelle educative – della famiglia. Molti sostengono che la famiglia conti sempre meno nella vita sociale. Io sostengo la tesi che è vero esattamente il contrario, perché le decisioni che gli individui prendono nella loro vita sono fortemente influenzate dalle loro relazioni famigliari e, a loro volta, influiscono profondamente sulla vita degli altri membri della famiglia.

Pierpaolo Donati*

La sfida della post-modernità alla famiglia

Dove va la famiglia nello scenario dei processi di globalizzazione? La post-modernità ha lanciato una sfida mortale alla famiglia, intesa come luogo di umanizzazione della persona. La sfida è mortale in un triplice senso: i) perché la modernità privatizza sempre di più la famiglia e tende a renderla “autopoietica”, ossia operativamente “chiusa”, anche se comunicativamente aperta all’esterno, al punto da non poter essere influenzata da altro da sé; l’educazione famigliare rimane interamente affidata ai processi che si realizzano nella convivenza quotidiana senza che i genitori abbiano alcuna speranza di poter incidere sulla formazione stabile e di lunga durata dei figli; ii) perché la post-modernità fa implodere il senso del legame famigliare, che è visto come costrizione invece che come risorsa; gli individui perdono il senso della qualità distintiva delle loro relazioni famigliari e le confondono genericamente con relazioni di semplice affetto e cura; iii) perché la post-modernità fa regredire le relazioni famigliari a forme primitive di comunicazione; violenza, sessualità sregolata, soddisfacimento dei bisogni secondo gli istinti diventano nuovamente disponibili senza autorestrizioni e senza considerazione per le conseguenze pubbliche – e ciò impedisce una comunicazione più ricca di quei presupposti che hanno permesso il progredire della civiltà.

In breve: a che cosa può educare una famiglia autopoietica, con relazioni puramente informali e con una comunicazione sempre più povera ? La risposta, si dirà, è evidente: una tale famiglia non educa più a nulla, se non ad una comunicazione futile e superficiale. Dietro la diffusione di un siffatto tipo di famiglia si intravvede una possibile mutazione antropologica dell’educazione che potrebbe portare a profonde regressioni culturali.

Vorrei qui porre seri dubbi sul fatto che i cambiamenti più significativi della famiglia possano andare, nel lungo periodo, nelle direzioni appena evocate. Il pluralismo delle forme famigliari, tanto citato in letteratura, è un fenomeno emergente reale oppure riflette qualche illusione ottica? In apparenza, il fenomeno è reale, considerato che un numero crescente di persone vivono in famiglie diverse da quella nucleare normo-costituita (coppia stabile con i figli naturali o adottivi)[1]. Ma, a mio avviso, il fenomeno è in buona misura anche il prodotto di illusioni ottiche, non solo perché in passato la pluralità delle forme famigliari è stata anche più estesa di quella attuale, ma soprattutto perché la tesi odierna del pluralismo delle forme famigliari si regge su una lettura che annulla i confini fra normale e patologico. Come distinguere il pluralismo delle autentiche “nuove famiglie” dal pluralismo che è semplicemente un riflesso della dissoluzione dei modelli storici precedenti? Si parla di crescente deistituzionalizzazione della famiglia con riferimento alla scomparsa dei riti di passaggio e alla destrutturazione dei percorsi di vita famigliare. In che misura il fenomeno è reale?

La mia tesi è che questi fenomeni siano effettivamente in atto, ma rappresentino solo un lato della medaglia. Nell’altro lato vi sono nuovi processi di istituzionalizzazione. Com’è fatto l’altro lato? Esso consiste di nuovi ruoli, identità e ragioni di scambio fra genders e fra generazioni. Si tratta di vedere come essi emergano e tendano a diventare istituzioni sociali. In buona sostanza, dobbiamo rivedere completamente la questione delle funzioni mediative – e in concreto quelle educative – della famiglia. Molti sostengono che la famiglia conti sempre meno nella vita sociale, perché scompaiono le mediazioni che un tempo essa esercitava fra l’individuo e la società (in particolare, per la socializzazione delle nuove generazioni). Io sostengo la tesi che è vero esattamente il contrario, perché le decisioni che gli individui prendono nella loro vita sono fortemente influenzate dalle loro relazioni famigliari e, a loro volta, influiscono profondamente sulla vita degli altri membri della famiglia[2].

Leggere la famiglia oltre l’orizzonte della post-modernità

Nessuna società ha mai potuto tollerare un grado di anomia e di alienazione famigliare così elevato come quello che si profila all’orizzonte della società europea del secolo XXI. La storia passata è stata una successione di intere civiltà scomparse a causa della disgregazione famigliare. Non è plausibile pensare che il nostro secolo possa sfuggire a questo destino. L’allarme-famiglia, allora, indica che siamo posti di fronte ad un equivoco: l’idea che una società possa lasciare andare la famiglia alla deriva (sia pura alla natural drift del pensiero sistemico). Prendere l’allarme sul serio significa non farsi convincere dalle retoriche del post-moderno come moda culturale, e saper spostare l’orizzonte più oltre.

Il crollo della famiglia è certamente reale come scomparsa delle forme famigliari che erano prevalenti nel passato. Chi mantiene un’idea obsoleta di famiglia può certamente allarmarsi. Ma forse è più sensato cercare di comprendere perché e come noi oggi assistiamo ad una morfogenesi della famiglia[3]. Se di “nuove forme famigliari” si può e si deve parlare, queste forme debbono essere viste come espressione di una morfogenesi culturale e strutturale, allo stesso tempo funzionale e simbolica, o addirittura rituale, che porta le relazioni famigliari “oltre se stesse”, cioè a eccedere se stesse secondo la propria distinzione-guida (essere più famiglia), attraverso il dinamismo intrinseco al rapporto tra famiglia come istituzione e come mondo vitale. È da tale dinamismo che possono nascere, e di fatto stanno nascendo, le autentiche nuove forme famigliari.

La famiglia può essere pensata e agita solo entro un certo orizzonte. Possiamo spostare l’orizzonte in cui oggi pensiamo la famiglia, ma solo per incontrare un altro orizzonte, cioè un altro limite. Senza orizzonte non c’è condizione umana. Spostare i confini della famiglia è diventato un fatto sistemico. Siamo forzati a spostare l’orizzonte culturale in cui pensiamo, osserviamo, e valutiamo la famiglia andando oltre gli orizzonti della modernità ed entrando in quelli del dopo-moderno[4].

La famiglia ha però una peculiarità rispetto alle altre forme sociali che sono contenute dentro un orizzonte: non è mai totalmente inclusa in quell’orizzonte, bensì sta sul suo confine. Essa tende sempre a “superarlo”, nel senso di eccederlo, di andarne oltre. Dal punto di vista della famiglia, l’orizzonte si presenta come un pool di possibilità che rimangono aperte nonostante tutti i limiti del presente. Ogni orizzonte storico rimanda ad un altro orizzonte più vasto, che comprende l’orizzonte precedente che ritenevamo insuperabile.

Per andare oltre gli orizzonti precedenti senza incorrere nella perdita di ogni orizzonte (il che vuol dire: per andare oltre la famiglia moderna senza perdere la famiglia), dobbiamo collocarci nell’orizzonte dell’essere, ontologicamente e fenomenologicamente inteso, là dove sta scritto: la famiglia è quella continua transazione e transizione che noi sperimentiamo nella vita di tutti i giorni, ma ciò non significa pura contingenza; essa è referenza, connessione, emergenza interattiva sempre nuova fra l’essere ontologico e l’essere fenomenologico, e proprio in questo suo manifestarsi essa rivela la sua realtà più profonda, il principio della relazione-famiglia che corrisponde al genoma della famiglia, il quale può essere definito così: è il sistema relazionale che connette il dono, la reciprocità, la sessualità e la generatività fra i sessi e fra le generazioni[5].

Collocarsi in questo orizzonte culturale, che io chiamo “dopo-moderno”, aiuta l’osservatore a non appiattirsi sul presente. Gli consente di non vedere il tema della famiglia come un puro e semplice campo di battaglia tra forze avverse che si contendono la vittoria in termini di potere, quale che sia la base su cui il potere riposa. La questione-famiglia è certamente anche una questione di conflitti di interessi e di identità divergenti, che lottano per affermarsi, ma non è solo questo. Occorre invece vedere la famiglia in un orizzonte più vasto, che è dell’ordine della trascendenza: la famiglia è il confine della vita, non solo perché è il punto o il momento in cui la vita biologica diventa umana, ma anche perché essa mostra come solamente attraversando il confine fra i vari orizzonti la vita si fa più umana.

Se pensiamo in questo orizzonte, possiamo diventare etnografi di noi stessi, alla scoperta di ciò che siamo stati e di dove veniamo: la famiglia che ci ha generato, filogeneticamente e ontogeneticamente. Ma ci offre ancora molto di più. Ci rende argonauti alla ricerca di nuovi approdi, di nuove forme generative di famiglia. Perché la famiglia resta, anzi è, quell’orizzonte, quel confine, generativo che si sposta sempre con noi, come matrice del nostro stesso essere nel mondo.

La famiglia empirica, concreta, può andare qui e là, nel senso di prendere forme e contenuti molto diversificati. Ogni sua dimensione può staccarsi dalle altre o intersecarsi con esse in vari modi. Dal punto di vista fenomenologico, possiamo avere una famiglia magmatica in tutti i sensi. Come possiamo comprendere un siffatto polimorfismo?

Ci serve una bussola che sia capace di dirci, in ogni momento e in ogni luogo, dove siamo e verso dove ci stiamo muovendo, entro l’orizzonte delle possibilità e dei loro significati, contingenti e ultimi, che stanno sui confini.

La bussola che io propongo è un framework multidisciplinare e multidimensionale della famiglia. La bussola deve consentirci di indagare referenze, connessioni, emergenze fra le dimensioni alla luce di una “logica” investigativa, la quale suppone – in accordo con quanto dicevo più sopra – che la famiglia sia il confine latente di ogni società, e che, proprio come senso latente della società, abbia una propria realtà ultima di riferimento, che è anche un legame fondamentale, senza la cui emergenza non si costituisce l’ordine simbolico dell’umano.

La bussola che propongo ha quattro punti cardinali per l’orientamento alla comprensione della relazione-famiglia come effetto emergente degli elementi che la definiscono interattivamente: il suo significato (la relazione famigliare è basata sul dono), la sua normatività (la regola degli scambi famigliari è la reciprocità), la sua intenzionalità (si fa famiglia per generare, fisicamente o spiritualmente, dei posteri qualcuno alla vita), la sua modalità adattativa (l’affettività e sessualità della coppia), cioè quello che ho chiamato il genoma sociale della famiglia[6].

Un siffatto quadro analitico e interpretativo è declinato al plurale (è multidimensionale), sia per quanto concerne gli approcci (dimensioni e concetti empirici) che tematizzano la famiglia, sia per quanto riguarda le valutazioni di ciò che esprime il fare famiglia “più e meglio” (anziché meno e peggio). Ma al contempo è “orientato” su un orizzonte, l’orizzonte con cui (entro cui e per cui) pensiamo la famiglia. La multidimensionalità della famiglia è strutturata e articolata in modo relazionale. Quando parliamo di “famiglia”, non dobbiamo pensare ad un modello prefissato, ma alla qualità delle relazioni propriamente famigliari.

Una bussola adeguata a leggere la famiglia non può configurare la multidimensionalità
della famiglia secondo l’ordine del casuale, non può poggiare su un pluralismo indifferenziato di valori, non può proporci una disperante inconfrontabilità di valori e di scelte. Se lo fa, allora è semplicemente inadeguata. La bussola diviene adeguata a partire dal fatto di assumere che, per esistere, la famiglia debba essere famiglia, e ciò comporta che la si osservi come caratterizzata da un suo ordine di realtà. Tale realtà si sviluppa nel tempo secondo una logica evolutiva che ha la sua distinzione-direttrice: selezionare ciò che fa famiglia rispetto a ciò che non fa famiglia. Una tale logica, ovviamente, e proprio per la costituzione relazionale del confine, non è necessariamente lineare, progressiva o unidirezionale. Tutt’altro: la logica evolutiva è essa stessa relazionale.

Bisogna evitare tre errori: quello di dedurre l’istituzione dal gruppo (come se la famiglia potesse esistere solo a livello gruppale); quello, viceversa, di dedurre il gruppo dall’istituzione (come se la famiglia potesse essere interamente definita dalle sue caratteristiche istituzionali, dettate dall’ordine sociale o giuridico); e infine l’errore, oggi più corrente, di fondere (con-fondere) le dimensioni gruppali e quelle istituzionali. La definizione giuridica di famiglia (qualunque essa sia) non corrisponde mai perfettamente alla realtà della effettiva vita famigliare quotidiana. Sociologicamente, non esiste qualcosa come una “relazione famigliare pura” che corrisponda punto per punto con quella istituzionale. In tutto ciò, la famiglia dimostra di essere una realtà auto-poietica, cioè che si genera e si rigenera da sé, in base alla propria distinzione direttrice, per quanto le modalità possano mutare in rapporto ai cambiamenti dell’ambiente. Ciò che rende famigliare (in senso stretto) una relazione, anziché non-famigliare, è il fatto che essa persegua la realizzazione di una piena reciprocità fra i sessi e fra le generazioni (anziché altri valori o norme).

In conclusione

Dobbiamo parlare di “famiglia” oppure di “famiglie”? La questione è diventata in larga misura ideologica, perché questa domanda viene utilizzata per affermare i diritti a fare famiglia come più aggrada. Dal punto di vista sociologico, le cose stanno in modo diverso. Le strutture famigliari sono oggi in profonda trasformazione, ma questi processi non devono essere interpretati come un “crollo” di un supposto modello dominante (che non è mai esistito come realtà di fatto), né come l’affermarsi di un pluralismo indifferenziato delle forme famigliari, ma invece come un processo di morfogenesi del genoma famigliare, la cui posta in gioco è rappresentata dal processo di umanizzazione.

*Docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nell’Università di Bologna. Dal 2004 al 2012 direttore dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia.

NOTE

[1]             si veda il Rapporto Cisf, La relazione di coppia oggi: una sfida per la famiglia, Edizioni Erickson, Trento, 2012

[2]             come ha dimostrato una recente ricerca empirica sulla popolazione italiana: Famiglia risorsa della società, il Mulino, Bologna, 2012

[3]          si veda Pierpaolo Donati, Manuale di sociologia della famiglia, Laterza, Roma-Bari, 2006.

[4]             si veda Pierpaolo Donati, Sociologia relazionale. Come cambia la società, La Scuola, Brescia, 2013

[5]            Si veda in proposito: Pierpaolo Donati, La famiglia. Il genoma che fa vivere la società, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2013.

[6]            per maggiori dettagli si vedano: il Manuale di sociologia della famiglia, cit. pp. 10 e ss.; La famiglia. Il genoma che fa vivere la società, cit., cap. 1.