Tra donne e uomini

Dialogando con il circolo La Merlettaia e l’associazione Femminile e maschile plurale

 Mi accomiato da lettrici e lettori con questa rubrica presentando – attraverso le parole di chi ne fa parte – due gruppi di donne e uomini, il circolo La Merlettaia di Foggia e l’associazione Femminile e maschile plurale di Ravenna.

Lontane geograficamente e anche con storie tra loro differenti queste due realtà condividono però la convinzione, cui mi associo, che solo attrvaerso un lavoro comune tra i due sessi di letture, pensiero, progetti politici, si possa realizzare il cambiamento di relazioni tra donne e uomini e di ciascun sesso. Si tratta del tema attorno al quale ho organizzato e sviluppato nel tempo le proposte di questa rubrica e mi fa molto piacere concluderne il percorso con le parole di chi condivide con me, pur nelle reciproche diversità, questo compito e ne sente la necessità.

Naturalmente proseguirò nel tempo la mia collaborazione con Pedagogika, una rivista e un’impresa che stimo e a cui sono anche affezionata; proseguirò scrivendo sui temi di mio intreresse e competenza, in particolare affrontando gli stimoli e le proposte che mi verranno da lettori e lettrici.

 

 

La Merlettaia: un circolo di uomini e donne

(Antonietta Lelario e Gian Piero Bernard)

Quando è nato il circolo La Merlettaia nel lontano 1992 (nel ’93 si è formalizzata l’associazione presso un notaio), le donne che lo promuovevano, tutte provenienti dall’esperienza dei collettivi femministi che erano stati attivi in città negli anni precedenti, decisero di aprire le iscrizioni anche agli uomini. Si discusse molto, ma prevalse la consapevolezza che la libertà femminile non si muoveva nel vuoto ma abbisognava di un contesto favorevole intorno e di una modificazione maschile. Di conseguenza la scelta fu di agire nella città insieme agli uomini che erano solidali, perché si capisse quali modificazioni volevano le donne, che cosa stavano facendo nei posti di lavoro, come stavano cambiando le relazioni d’amore, familiari, amicali, come gli uomini stavano reagendo a queste modificazioni e quali spazi aprivano dentro di loro. Era in gioco un senso nuovo delle cose.

Che cosa avevano da dirsi essere e poter essere? Detto in parole semplici, potevamo uscire dal “io sono così”, “le donne sono fatte così”, “gli uomini sono questo”? Occorreva un nuovo immaginario anche per gestire il conflitto con l’immaginario sociale, sempre più diffuso, della guerra fra i sessi, oppure con la rappresentazione di una “parte femminile” a fianco a una “super parte maschile” nel teatrino dei generi.

Ed era utile, in questo, essere insieme uomini e donne?

Gli uomini della Merlettaia ne sono sempre stati convinti, per cui pur avendo avuto contatti con associazioni come Maschile Plurale o Uomini in cammino, hanno riconfermato l’intuizione iniziale: che la scommessa della modificazione maschile si giochi in relazione con le donne.

 

Un senso diverso della politica

Si modificava radicalmente il senso della politica. Abbiamo lavorato molto sul fatto che non ci si potesse ridurre al perseguimento di obiettivi esterni o alle enunciazioni generali, ma che lo sguardo si dovesse spostare sui soggetti in carne ed ossa, sulle emozioni da cui ci si lascia guidare, su ciò a cui si dà attenzione, su ciò a cui si dà inizio, per dirla con Hannah Arendt. Perché c’era da salvare il nesso soggetto/oggetto contro una cultura oggettivante, e contro tutte le dicotomie che caratterizzano la cultura maschile tradizionale. C’era anche da ridare centralità alla vita nella sua complessità, indagando ciò che in passato veniva lasciato in ombra, primo fra tutti il carico delle emozioni, delle aspettative, delle paure, delle speranze, dei desideri, quello che Chiara Zamboni chiama il lato inconscio della vita. Del resto questi sentimenti sono la lingua del corpo e leggere la differenza dei corpi era la sfida ineludibile. Nel circolo se ne sono giocate tante, positive e negative, e forse la difficoltà di rielaborare le emozioni negative, rabbia, delusione, é stato il principale ostacolo che abbiamo trovato sul nostro cammino. Tanto più forte perché sapevamo di non poterlo risolvere con logiche del maschile tradizionale. Abbiamo rinunciato a guerre e contrasti violenti, ma il silenzio e la rinuncia a far valere il proprio punto di vista possono essere avversari più pericolosi. Meno male il desiderio di rilanciare il filo delle relazioni è stato quasi sempre più forte.

Tenere insieme corpo e pensiero non è facile, tanto meno per gli uomini. Ci vuole un lungo apprendistato. In questi anni si é dovuto accettare lo scarto tra desiderio e realtà senza lasciarsi annichilire, senza cercare capri espiatori, anzi rilanciando sempre la sfida di leggere il reale e, nel reale, i tanti elementi nuovi e positivi che ci sono. Senza dimenticare che il reale non è riconducibile tutto al visibile, non è riducibile all’“ora e qui” e nemmeno alle sue cause, alle sue ragioni. “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce” direbbe Pascal. E se la ragione non viene rinchiusa nel cervello? Se l’immanenza cerca di conservare il legame con ciò che la trascende?

L’idea nuova di una politica valida per uomini e donne, è nata sulla spinta del movimento femminista, in fedeltà alla dimensione esperienziale e spirituale inaugurata dalle donne.

Gli uomini che accettarono la sfida furono quelli a cui ognuna era più vicina: compagni di vita, mariti, fratelli sull’onda di un fascino che il movimento femminista aveva esercitato su di loro. Ben presto la pratica di partire da sé li costrinse a fare i conti con delle abitudini culturali da ripensare e rivedere. È stato facile capire che non dovevano prendersi troppo spazio: l’attenzione alle donne voleva dire dare prima di tutto spazio di parola; meno facile ottenere che le grandi analisi generali lasciassero il posto ad un particolare interessante, ad un percorso, ad una traccia.

 

Accettare di essere secondi

Lavorare insieme voleva dire passare dalla fascinazione ad un comune ordine simbolico, impegnarsi per il mantenimento di una sede, prendere decisioni quotidiane, scegliere in quale posizione stare le une nei confronti degli altri e viceversa, affrontare conflitti, rispettare lo spazio dell’iniziativa del o della singola, sostenendola o differenziandosi, ma senza entrare in logiche oppositive. Spesso anche la decisione di avviare azioni nella città sono state prese perché qualcuno, e più spesso qualcuna, coglieva una necessità, aveva una buona idea e riusciva a contagiare gli/le altre. Il discorso comune è riuscito tanto più quanto più riuscivamo a tener conto del contributo differente e singolare di ognuno. Ma spesso l’iniziativa è femminile e anche la ricchezza di relazioni e l’abilità nel gestirle è più femminile e gli uomini hanno dovuto accettare di essere secondi. Con questa pratica alle spalle che ci dava forza e, a modo suo, una forma di coesione, abbiamo coinvolto altre associazioni e amici artisti in azioni pubbliche, per migliorare lo spazio urbano e la vita nella città. Il contributo delle e degli artisti è stato essenziale perché spesso noi ci siamo espressi attraverso forme creative, privilegiando performance e mail art. La scelta a monte ci era chiara: non avevamo, come non abbiamo, una linea prefabbricata da portare fuori, il dis-corso nasce nella relazione, nel disagio e nel desiderio messi in comune. Come dice l’artista Nelli Maffia, le mani sanno più di quanto lei sappia a livello cosciente; così abbiamo sperimentato anche noi nelle azioni proposte: per esempio le performance e il discordo pubblico si arricchiscono sempre di significato rispetto all’idea iniziale. E non per una semplice somma.

 

La fine del canone

Nel frattempo leggevamo, discutendoli insieme, libri e saggi che in questi anni sono fioriti permettendoci di affinare non solo la nostra cultura, ma soprattutto la nostra sensibilità, sviluppando modi nuovi di vedere le cose. In coerenza con quanto si andava facendo in altre parti d’Italia e non solo. Tutto quello che viene chiamato il canone occidentale è stato in questo anni stravolto. E a questo hanno contribuito in prevalenza donne ma anche tanti uomini. Anche tra noi. C’è chi porta il suo amore per Benjamin, Bateson, la cultura ebraica, chi per Simone Weil. Alcuni hanno coltivato il loro interesse per le scienziate, altre per le artiste. Insieme si voleva ripensare la politica e l’economia, molto utile è stata la rilettura dei miti classici. Ma senza chiuderci in recinti. Organizzavamo mostre d’arte visiva e dibattiti su scrittrici e artiste. E ogni volta li abbiamo fatti conoscere ad altre/i. Insieme abbiamo sostenuto e valorizzato ogni impresa in città che ci sembrava degna di nota, dall’impegno per tenere aperta una libreria che sia anche luogo di incontro e discussione comune, a quello per portare una programmazione filmica innovativa. Una cosa che fanno in tanti, soprattutto donne, tanto è vero che i luoghi della cultura e dell’impegno civile vedono una presenza femminile predominante: la differenza è che noi a questa predominanza diamo riconoscimento e vediamo il valore di un cambiamento che si ottiene non per concessione del potere ma perché è praticato. È la politica che le donne fanno da sempre.

 

L’ordine simbolico della madre

In questa ventennale pratica relazionale fra uomini e donne ci ha aiutato più di una volta il riferimento comune all’ordine simbolico della madre, sperimentando che funziona per gli uomini come per le donne. Funziona proprio perché prevede la differenza, lo spazio vuoto; perché sperimenta la possibilità di tenere insieme eros, conflitto e cura;. Lo sforzo è stato rinnovarsi continuamente, vigilare rispetto alla tendenza a ripeterci che compare soprattutto nei momenti difficili quando la realtà ci tradisce e sembra uccidere il nostro desiderio. Fondamentale è stato tra noi l’uso della parola perché in fondo è con le parole che tentiamo di ritrovare il senso delle cose che facciamo, della nostra vita, di ciò che avviene nel mondo. Ricostruire il nesso tra parole e cose è stato un grande impegno femminista e tutti abbiamo sperimentato che, quando si separano, la realtà si disordina e diventa insensata. Oggi c’è grande insensatezza intorno a noi e grande dolore, ritornano purtroppo logiche totalizzanti e il rischio di cancellazione dell’altro/a è sempre in agguato. La bellezza della parola forata fu una felice espressione coniata da Luisa Muraro su cui noi siamo tornati e ritornati per ritrovare il gusto e la verità che c’è nella molteplicità delle relazioni per dare significato, pensare, interrogare quella molteplicità, anche quando “l’altro che c’è” parla da dentro di noi.

 

Pensieri senza ringhiere

L’associazione “Femminile Maschile Plurale” (“FMP”) nasce a Ravenna nel settembre 2008 ed è composta, fin dal suo avvio, da donne e uomini – sia del territorio che provenienti da altre città italiane – che condividono una storia comune: l’appartenere all’esperienza femminista o il confronto con la riflessione prodotta da essa.

L’obiettivo comune di “FMP” è di far conoscere e trasmettere una storia e una cultura dei generi e delle generazioni grazie alla produzione o al sostegno di attività di studio, ricerca, divulgazione, e mediante la promozione di incontri pubblici e la collaborazione con altre associazioni, istituti culturali, università, centri di ricerca e documentazione.

Lo scopo dell’associazione è dunque quello di lavorare per decostruire tutti gli stereotipi di genere, facendo emergere il valore delle soggettività plurali e delle differenze di sessi, etnie, orientamenti sessuali, età, a partire dalla considerazione che tutte le esclusioni si fondano su una prima storica dicotomia patriarcale, quella fra uomo/donna.

I temi sono stati affrontati tramite seminari, convegni, incontri pubblici, mostre, progetti, pubblicazioni e presentazioni di libri e ricerche.

 

Marina Mannucci, collaboratrice freelance della rivista «Casa Premium» e socia di Femminile Maschile Plurale, dialoga con Paola Patuelli, socia fondatrice dell’associazione, e con Enzo Morgagni, anch’egli socio storico.

 

Marina Mannucci: Paola, quali sono stati i motivi che ti hanno spinto a fondare, con un gruppo di amiche, l’associazione “FMP” e quali ragioni hanno mosso te, Enzo, ad aderirvi?

 

Paola Patuelli: Direi che la prima motivazione è stata – a pensarci bene – politica. Troppo spesso chi si dà obiettivi forti – segnare il mondo, contribuire a cambiarlo, produrre spostamenti nell’immaginario e nel simbolico – trascura l’importanza del “tramandare”, del “permanere”, del “conservare”, del “fare tesoro” delle esperienze compiute, del non disperdere ciò che è stato, con il rischio di non lasciare traccia di percorsi compiuti.

Alla fine degli anni Ottanta, a Ravenna, un gruppo di donne – alcune femministe da tempo, altre che si stavano avvicinando tardivamente alle scoperte della rivoluzione femminista – diedero vita ad un gruppo informale, di studio e riflessione. Chiamammo il gruppo “Aspasia”, l’amante e amica di Pericle che, probabilmente, ebbe parte attiva nella storia politica dell’Atene del tempo. Non è escluso che Socrate – protagonista nel Simposio di Platone – si sia ispirato ad Aspasia per raffigurare la sacerdotessa Diotima, Aspasia sotto mentite spoglie. Impensabile, anche per il coraggioso Socrate, mettere in scena come voce autorevole una concubina, per di più straniera.

Il gruppo “Aspasia” visse per più di cinque anni. Fu, per me, un’esperienza di grande importanza, che cambiò profondamente il mio modo di guardare il mondo, di pensarlo e di agire. Non a caso in quegli anni mi dedicai allo studio degli scritti politici di Hannah Arendt, che mi costrinsero a ripensare tutta la storia del Novecento, e non solo. L’agire politico, fino a quel momento, nella mia esperienza, “chiuso” in un partito e nelle Istituzioni – diventa qualcosa di molto più ampio, libero e aperto. In tanti diversi luoghi e aperto anche agli imprevisti.

Imprevista, per esempio, fu la durata considerevole di un’esperienza avviata mentre si concludeva la storia di “Aspasia”. Con Piera Nobili e il sostegno di altre donne di Aspasia, che avevano dato vita nella nostra città al gruppo “Donne in nero”, aprimmo presso l’Università degli Adulti della nostra città un corso dal titolo “La storia e il pensiero delle donne”. Non solo storia, anche pensiero. Perché, seppure molto tardivamente, era ormai chiaro che le donne, nel corso del tempo, non avevano solo partorito, ma anche pensato, e non poco. Anche questa è stata un’esperienza molto forte. Dopo pochi anni il sodalizio fra Piera e me si arricchì della preziosa presenza di Serena Simoni. Il corso ebbe una durata significativa, più di venti anni. Non pochi. Nella fase conclusiva di questa esperienza, il corso si trasformò in seminari, anche a seguito del felice incontro con Lea Melandri, una femminista eretica nel contesto del femminismo italiano, in quegli anni molto segnato dal simbolico del materno, “buono a prescindere”. Il femminismo laico di Lea era invece nelle nostre altrettanto laiche corde. Nel corso di questi venti anni abbiamo voluto accompagnare anche con scritture – a proposito di “permanenza” – il nostro lavoro, con alcune pubblicazioni. Un’antologia del lavoro dei primi anni, Da sapere, sapere. Donne in relazione (2001), che raccoglie testi di nostre lezioni e approfondimenti “laboratoriali”. Un libro a più mani dedicato alla vita e al lavoro di Lea Melandri, Le passioni di Lea (2006). E un lavoro – anche questo a più mani – che riassume quanto prodotto negli ultimi seminari, Partire dal corpo. Laboratorio politico di donne e uomini (2011). L’intenso lavoro seminariale è stato possibile con altre importanti collaborazioni, oltre che con quella, da tempo consolidata, con Lea Melandri. Particolarmente significativa la collaborazione con Elda Guerra e Elena Del Grosso, dell’associazione “Orlando” di Bologna, e con due uomini di Maschile Plurale, Sandro Bellassai e Stefano Ciccone. Mentre stavamo lavorando alla pubblicazione di Partire dal corpo eravamo consapevoli che si stava, con quel libro, concludendo una fase. E l’unico modo per non disperdere più di venti anni di esperienza era di avviarne un’altra, che conservasse e andasse oltre, facendo nascere “cosa da cosa”. Con Piera e Serena abbiamo pensato che fosse giunto il tempo di agire e interagire con uomini, non incontrati a caso, ma scelti per quello che sono – perché interrogano criticamente il maschile in cui storicamente si trovano – e per quello che non sono. Non sono patriarchi, non sono machos, non hanno il virilismo incardinato nella testa. Insieme ad alcuni uomini diventati amici, Sandro Bellassai e Stefano Ciccone, ed alcuni amici di Ravenna già impegnati nel nostro lavoro seminariale, abbiamo dato vita, nel 2008, a “Femminile Maschile Plurale”. Plurale. Il “plurale” non è solo un dato di fatto, se si hanno occhi per vedere e pensiero per pensare. Può essere una fortuna, purché, appunto, sia accompagnata dal pensiero.Questo è stato lo sbocco politico di cui parlavo all’inizio.

 

Enzo Morgagni: Mi ero progressivamente avvicinato a questa problematica complessiva in sede professionale-accademica sostenendo il lavoro di studio e divulgazione di giovani colleghe, ricercatrici universitarie, e la nascita di uno specifico centro di ricerca presso il nostro Dipartimento di Scienze della Formazione. Questo, parallelamente alle sollecitazioni emergenti dalla mia vita familiare e allo sviluppo di varie esperienze di dialogo e collaborazione in vari campi di ricerca e intervento culturale e civico-politico; in particolare con alcune amiche ravennati impegnate all’interno del movimento femminista e fondatrici dell’associazione “FMP” di Ravenna.

Ho quindi sempre più percepito l’importanza e la fecondità del cambiamento indotto dalla riflessione e dalle pratiche femministe specie in direzione della critica e della destrutturazione di ogni forma di patriarcato nelle relazioni di genere. L’interesse e la volontà crescente di ulteriore approfondimento e di maggiore e concreta declinazione esistenziale e operativa (in termini di “ri-forma” personale e sociale) di questo percorso, mi ha poi indotto ad aderire a “FMP” (peraltro unica associazione femminista locale che preveda la presenza di soci maschi) e a collaborare allo sviluppo della sua articolata e crescente serie di attività.

Nella speranza di poter collaborare a percorrere – in stretto intreccio con le nostre amiche – sentieri (del resto ancora incerti) di approfondimento e di sperimentazione di cambiamenti del nostro “essere maschi” nelle sue varie e necessarie dimensioni personali, famigliari, civili e politiche.

 

Marina Mannucci: In questi sette anni di vita l’associazione “FMP” ha avviato, mediante incontri pubblici, seminari e convegni, un’importante attività di studio, ricerca e divulgazione sui temi della storia e della cultura dei generi. Quanto i recenti avvenimenti sul piano economico e delle grandi migrazioni dovute alla guerra e alla povertà, hanno modificato il quadro delle vostre analisi?

 

Paola Patuelli: Certo, non siamo state indifferenti alle trasformazioni del mondo attorno a noi. Non a caso l’ultimo dei nostri seminari è stato dedicato al tema “Sessismi e razzismi di genere”, preziosa occasione per incontrare attivisti come Porpora, impegnati/e per il riconoscimento dei diritti delle persone trans, e l’antropologa Annamaria Rivera. Inoltre, alcune donne e alcuni uomini della nostra associazione – è il mio caso – fanno parte anche del Comitato in Difesa della Costituzione e della Rete Civile contro il Razzismo e la Xenofobia. E quattro anni fa, a seguito dell’emergenza abitativa e della prima migrazione massiccia dopo l’avvio delle primavere arabe, fu proprio per impulso di “FMP” che si aprì un altro spazio di cittadinanza attiva – nel 2011 – “Rompere il silenzio”. Quale silenzio andava rotto? Il silenzio e la rimozione del dramma della povertà e dell’emarginazione che ne consegue, in una città come la nostra, Ravenna, a suo tempo capitale del cooperativismo solidaristico e del mutuo aiuto e soccorso. Le prime e più avanzate esperienze cooperativistiche ebbero inizio nel ravennate alla fine dell’Ottocento, primato storico di cui la retorica politica della sinistra – nel corso del tempo – si è sempre vantata. Invece, nel presente, c’era – e c’è – disattenzione o vis polemica nei confronti dei corpi dei poveri, che ingombrano e imbruttiscono la città, e dei migranti, per una loro presenza sentita come “minacciosa”. Donne e uomini di “FMP”, portando una loro visione del mondo attenta alle differenze, a quelle di genere e non solo, si stanno impegnando sia nel Comitato “Rompere il silenzio”, che nello sportello di “Avvocato di strada”, aperto a Ravenna nel 2012 a seguito dell’esperienza di “Rompere il silenzio”. Anche in questo caso, quindi, da cosa nasce cosa. Al centro c’è sempre il corpo, i corpi, e la loro fragile dignità, da salvaguardare, sempre.

“FMP” mantiene, come sua priorità, l’impegno culturale, di studio e di ricerca, ma non si ritiene impermeabile al mondo, alle sue tensioni, alle sue contraddizioni. La sua principale vocazione è studiare per comprendere e decostruire, ma con porte aperte alle esperienze concrete che donne e uomini di “FMP”, e non solo, vivono, compiono e riportano in associazione, sotto forma d’interrogativi, nodi problematici e nuove occasioni d’indagine o azione.

 

Enzo Morgagni: Pur nella loro complessità (v. la diversità delle loro cause e dei vari volti e contesti delle crisi economiche, dei conflitti, delle guerre, delle migrazioni interne e internazionali…) tutti questi fenomeni mi hanno ulteriormente confermato i nessi che legano il patriarcato a gerarchie di genere-prepotenza-violenza privata e violenza economica-sociale-politica e il suo peso determinante nelle sofferenze di gruppi, etnie, popoli e nazioni e in particolare nelle fatiche di vita e nelle sofferenze delle donne (e dei bambini). Nello stesso tempo emerge sempre più il ruolo centrale del protagonismo femminile in ogni esperienza (micro o macro) d’innovazione economica, culturale, sociale, politica e religiosa. Permane però la difficoltà di uscire da un’ottica interpretativa “occidentale” degli avvenimenti e dei fenomeni e questo, a mio parere, caratterizza ancora in larga parte anche il pensiero e la cultura femminista di fronte alla sfida delle differenze e delle diversità etniche, culturali, religiose presenti e sempre più interagenti a livello globale.

 

Marina Mannucci: Secondo il gruppo di femministe americane “Third Wave”, il femminismo politico è uno strumento obsoleto, che rischia di essere ghettizzante e che andrebbe semmai sostituito con un approccio marcatamente culturale e dal taglio esistenziale. Tra le riflessioni femministe contemporanee più urgenti, oltre alla necessità di una riconciliazione del principio giuridico con quello esistenziale, si avverte il bisogno di un aggiornamento costante dei rapporti tra i generi, anche attraverso un’azione dei soggetti femminili, non di solo antagonismo, ma che indirizzi le sue spinte verso un processo universale per la tutela dei diritti umani. Qual è il vostro pensiero in merito?

 

Paola Patuelli: Non è una novità che movimenti che hanno origine in una certa epoca storica scompaiano o mutino e si trasformino nel corso del tempo. È sempre accaduto. Accade anche alle religioni, che pure si pensano, in genere, in termini di universalità. Il femminismo – che ha origine negli USA fra gli anni Sessanta e gli anni Settanta – non fa eccezione. Fra l’altro, al di là di ogni generalizzazione, fin dall’inizio i femminismi, in USA, in Europa, in Italia, sono stati plurali, come si conviene ad ogni movimento politico che non sia totalitario, tentazione comunque sempre ricorrente e non del tutto estranea anche all’interno di alcuni femminismi, a proposito di dimensione storica dei fenomeni che stiamo esaminando. Nel presente i femminismi non sono più presenti come azione politica collettiva, se non in qualche raro e sporadico momento. Le femministe “First Wave” sono ormai anziane e il loro è un certo linguaggio, quello della loro vita e del tempo da loro vissuto, per quanto molte, fra queste anziane, mantengano uno sguardo interrogativo sul presente. Le giovani donne spesso hanno un’impressione “imprecisa” dei femminismi del passato, a parte le donne che sono storiche di professione o quelle impegnate in gruppi di studio o riflessione. Molto del femminismo del passato è diventato “senso comune”, ma in genere non alimentato – a mio avviso – da una conoscenza storica e psicosociale sufficientemente fondata. La dimensione esistenziale è importantissima e sicuramente ha ricadute – può avere ricadute – nella politica, ma non è di per sé politica. Politica è agire nel mondo, e non solo al chiuso delle proprie coscienze e del proprio sentire. Il “senso comune” può essere labile e facilmente “mutante” sotto i colpi, quasi sempre pesanti, del presente. La condizione delle donne in Occidente è indubbiamente mutata, ma non ovunque nello stesso modo. In molte parti del mondo la vita delle donne è spesso difficile e circondata da un patriarcato ostile. Non a caso da anni lavoriamo, a Ravenna, con donne musulmane dell’associazione “LIFE”. Visto che la complessità del mondo non è solo altrove, ma sta crescendo anche qui, sotto casa, è stato con le amiche di “LIFE” che abbiamo voluto interrogarci sul loro Gender Jihad, con un convegno di studi e, a seguire, la pubblicazione di un libro che raccoglie quanto emerso dal convegno, libro che Barbara Mapelli ha recensito molto bene in “La 27 ora” del «Corriere della Sera», Femminismi musulmani. Un incontro sul Gender Jihad (2014). Non è meno difficile e impegnativo del nostro – a suo tempo ed ora – il loro Gender Jihad. Anche nel nostro Occidente il patriarcato non è affatto sconfitto. Fino a quando ci saranno donne uccise da patriarchi, resi ancora più aggressivi dall’oggettivo indebolimento del loro ruolo sociale, il femminismo avrà ragione di esistere. E fino a quando le crisi economiche saranno, come sono anche nel presente, soprattutto sulle spalle delle donne.

Certo, sono anch’io convinta che i problemi ancora non risolti che i femminismi del passato e del tempo presente mantengono bene aperti sul tavolo, siano riconducibili, pur con la loro specificità, all’enorme capitolo dei diritti umani, proclamati a gran voce dopo la seconda guerra mondiale e oggi non solo disattesi, ma, in molti casi, in caduta libera. Lo sostenne con forza, tempo fa, Anna Rossi-Doria, quando ancora non era del tutto chiaro il grande pericolo che corrono i diritti quando crisi di vario genere e memoria storica indebolita li aggrediscono. Ma qui siamo, qui stiamo e qui continueremo a stare, nel grande e “infinito” capitolo dei diritti di tutt*, di qualunque genere, origine e ceto sociale siano.

 

Enzo Morgagni: Credo che luoghi e spazi organizzati di specifica e autonoma riflessione e di elaborazione femminile rimangano sempre necessari. Così come dovrebbero nascere e crescere luoghi e spazi autonomi di ricerca e nuova riflessività e “riforma” maschile (un primo segno di quest’attenzione e tendenza nell’ambito delle ricerche sociali è la nascita, a fianco degli ormai consolidati “Women Studies”, dei nuovi “Men Studies”).

Meglio ancora se queste esperienze non si chiudessero in forme obsolete di “separatismo” e si unificassero o almeno si integrassero; per intraprendere insieme sia percorsi di destrutturazione di culture, rappresentazioni, stereotipi dispositivi di potere, che progetti ed esperienze concrete di innovazione e trasformazione.

In questo modo ci si attrezzerebbe meglio sia per affrontare le dialettiche e gli specifici conflitti di genere, sia per produrre nuove sintesi culturali che coniughino lotta alle diseguaglianze economiche e sociali, valorizzazione delle differenze, universalismo dei diritti fondamentali e il loro necessario (per quanto difficile e delicato) radicamento e coerente sviluppo nei diversi contesti etnico-culturali-religiosi, e politico-istituzionali che caratterizzano le varie geopolitiche della globalizzazione.

In particolare, visto l’attuale contesto di debolezza e impotenza dei singoli Stati di fronte alle caratteristiche e alle dimensioni delle sfide attuali e future, anche il pensiero e l’azione del movimento femminista italiano ed europeo dovrebbero maggiormente valorizzare, in tutte le sue positive implicazioni di crescita dei diritti, di dialogo interculturale, di risoluzione dei conflitti e di cooperazione internazionale, la prospettiva federalista della costruzione degli Sta