L'irresistibile necessità di scrivere di sè

Neo romanticismo giovanile?
Il genere letterario che va sotto il nome di "romanzo di formazione", come è noto, ha anticipato e poi contrassegnato gran parte della cultura romantica e post romantica. Nato già prima del '700 - in forme biografiche ed autobiografiche - ha rappresentato, e continua a rappresentare in quanto, ormai, stile di pensiero, una delle manifestazioni più esemplari della soggettività umana. Scrivere l'altrui o la propria storia di vita (nelle sue vicende apicali, nelle sue transizioni passionali amorose o avventurose, nella constatazione che la memoria salva i ricordi trasfigurandoli in poetiche dell'esistenza interiore) è difatti contributo, o tributo, al riconoscimento di una individualità.
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Che rivendica un suo spazio e un suo tempo; che afferma - pur nella similitudine con una miriade di altre vicende - un proprio diritto ad avere un punto di vista personale; che cerca, con la compromissione della scrittura, di comprendere il proprio destino e le profezie insite nelle origini, nelle iniziazioni, negli occhi degli altri.
Se il "romanzo di formazione" costituì pertanto un approdo, al termine di una lunga catena di tentativi dell'io narrante per legittimarsi e riscattarsi, parimenti, tale ricerca di sé esibiva tutti i caratteri dell'impresa impossibile. Nel momento in cui l'ego viveva l'emozione di rispecchiarsi nelle parole da esso stesso pronunciate trovando una forma (la sua) per dirsi e dire degli incontri formativi vissuti, ebbene, in quel momento, scopriva la sua impotenza, l'impossibilità di descriversi ed interpretarsi compiutamente.
Per tale motivo il resoconto di una storia di formazione, verso od oltre il racconto della nascita alla propria adultità, ha avuto bisogno del romanzo (ovvero: della finzione, dell'immaginario, del ricorso al simbolo) per andare oltre il realismo delle cronologie e degli incontri, rincorrendo la via della spiegazione. Sempre attingibile in dimensioni ben diverse da quelle meramente fattuali: nell'ideologia, nelle filosofie, nelle giustificazioni e nelle tradizioni religiose. Ogni romanzo di formazione che tenta di documentare la "storia di un'anima" - del passato o del presente - è scritto per interpretare i momenti in cui una vita si rinchiude per conoscersi: è modalità autoformativa che cerca l'irraggiungibile, in ciò trovando pace e intelligente inquietudine.

 

A scuola o altrove?
Con puntualità, anche oggi, limiti e grandezze dei romanzi di formazione del terzo millennio esordiente - pubblicati o segreti - si ripropongono all'interno di un bisogno, e non soltanto giovanile, di lavorare (da soli) sul proprio io. Grazie alla psicoanalisi che ne ha incentivato il costume, questo scrivere è senz'altro divenuto una sorta di rito di passaggio tra i più durevoli, per lo meno in Occidente. Se è ovvio che, nei mondi adolescenziali e giovanili odierni, innumerevoli e le più disparate sono le espressioni (diari, lettere via internet, memoriali, video, autointerviste, ecc.) che hanno ancora bisogno della scrittura per ribadire la nascita e l'affacciarsi di nuove storie di vita, pur tuttavia, dovremmo chiederci quanto questo rituale così importante per il cammino verso l'infinito/indefinito riconoscimento di sé, sia fatto proprio dalla scuola. E, inoltre, dovremmo anche interrogarci circa l'opportunità che la scuola se ne occupi o, piuttosto, se non debba lasciar fare alle ragazze e ai ragazzi. Se non sia cioè chiamata, piuttosto (ma consapevolmente) a "far finta" di non sapere che questo bisogno c'è e ci sarà, per lo meno finché si reputerà che il diritto alla vita debba comportare anche il diritto a poterla raccontare.
A tal proposito, il pensiero pedagogico o antipedagogico si disarticolano almeno in tre opinioni correnti:
1 - C'è chi sostiene, con radicalismo, che il parlare e lo scrivere di sé va riconosciuto come momento importante delle capacità di auto organizzazione delle culture giovanili. Quanto mai invasivo e deleterio sarebbe dunque "scolasticizzare" ciò che dovrebbe essere lasciato alla libera ricerca di parole e di senso che i giovani - nella loro palestra preparatoria alla condizione adulta - con assoluta spontaneità già dimostrano di saper intraprendere.
2 - C'è chi reputa, invece, che la soggettività non debba proprio trovar ascolto nelle aule, dovendo la scuola occuparsi di indirizzare verso l'omologazione di comportamenti (non solo nello studio) e l'acquisizione di standard verificabili "oggettivamente". Per costoro, la scrittura giovanile (e talvolta con opinioni non dissimili dalle precedenti) è ritenuta sdolcinato esercizio intimistico, sfaccendato e narcisistico da lasciare tutt'al più, ad altre occasioni comunicative ben distanti da quelle predisposte dai canali dell'istruzione. In nome della vacuità del "tema" tradizionale o di tutto ciò che invogli a retoriche personalistiche o sentimentali.
3 - C'è, infine, un'altra posizione che, pur condividendo le preoccupazioni dei sostenitori della prima tesi (ma in aperta opposizione con gli istruzionisti ad oltranza della seconda), reputa che la scuola abbia un ruolo importante e decisivo a questo riguardo, poiché:
a) le scritture di sé non solo continuano, pur in tempi in cui la moda di "raccontarsi" e di "scriversi" parrebbe dilagare, ad essere frequentate da aristocrazie studentesche per lo più (fra l'altro) femminili. Esse segnalano poi la presenza di una necessità psicologica, pur passeggera di autoidentificazione, col tempo e fisiologicamente destinata ad essere superata in relazione al progredire degli effetti socialmente visibili della conquista del proprio posto nel mondo. Il lavoro con i ragazzi, a scuola, in questi territori del loro privato, andrebbe perciò raccolto per assecondare quanto, oltre ad essere ancora prerogativa di una élite di genere, potrebbe dar luogo a stili della mente e della scrittura durevoli:
più autoriflessivi, personali ed introspettivi. Indizi e tracce di qualità, del resto, ampiamente decantate fuori dalla scuola come peculiari caratteristiche di cui la donna e l'uomo adulti dovrebbero essere dotati per competere e migliorare, per creare e inventare. A partire dalla valorizzazione della scrittura di sé e perseguendo, con gli studenti, obbiettivi volti ad enfatizzare il loro protagonismo, si darebbe un contributo importante allo sviluppo di intelligenze che, esercitate a lavorare su di sé (a fare analisi e filosofia di sé) troverebbero - rispetto a contenuti meno autocentrati - più riconoscimenti e apprezzamenti.
b) La didattica narrativa, privilegiando la egoscrittura, dovrebbe inoltre poter contare su una varietà - in sviluppo - di opportunità volte ad incrementare le competenze discorsive attraverso la costituzione di laboratori di scrittura autobiografica retrospettiva e diaristica. Per rendere i momenti che la scuola dovrebbere riconoscere a ragazze e ragazzi come "spazi tutti per sé", vere progettualità pedagogiche volte a consentire loro di raccontarsi in pubblico, scrivendo di poesia e teatro.
Trasformando quindi una domanda privata in una educazione alla comunicazione sociale: soprattutto inducendo consuetudini alla difesa e al rispetto della propria vita interiore, contribuendo ad educare a quella capacità di manifestare affetti e sentimenti che ben oltrepassano il tempo dell'apprendimento scolastico. Insegnare a coltivare la scrittura di sé per tali tesi è fornire ai giovani un mezzo e un metodo per imparare a guardarsi dentro e a conoscere gli altri. Tutto ciò, può ingenerare comportamenti finalizzati alla transizione all'età adulta e ad una diversa sua consapevolezza quando, prima o poi, la si sia raggiunta.
La spontaneità dello scrivere giovanile non è pertanto né un dato ormai acquisito, né tanto meno un risultato sempre sufficiente per una scuola che abbia a cuore la formazione. Gli adulti che la abitano hanno allora non poche responsabilità a tal proposito: possono stimolare (senza essere intrusivi); possono chiedere di organizzare con sempre maggiore precisione ed efficacia un pensiero che cerca di uscire dall'anominato (senza essere pedanti); possono diventare i mentori di forme della narrazione sostando, con i ragazzi, sui grandi temi della vita, sulle trame che incominciano a riconoscere dell'amore e del dolore, della fatica della conquista (senza essere petulanti).
Che cosa fare allora?
- Legittimare, e con forza il ruolo che la "lettera personale" (diaristica, memorialistica, autobiografismo, ecc.) nelle sue odierne varietà artistiche, cinematografiche, televisive, musicali, svolge da secoli all'interno della letteratura "alta" e nel presente.
- Mostrare che la scuola, così come può ritrarsi dinanzi alla libera e sorgiva voglia dei giovani di raccontarsi, può anche andar loro incontro aiutandoli a narrare, ricercare storie di vita di coetanei e non solo; può essa stessa apprendere dalle memorie individuali che la popolano e da quelle locali in incontri intergenerazionali tanto auspicati. Dove chi è dinanzi al futuro possa farsi "difensore civico" dei racconti altrimenti destinati all'oblio di coloro che un romanzo di formazione, nel loro tempo, forse, non hanno scritto, ma certamente vissuto.

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