Alla stazione

Maria Piacente


 

In una mattinata di inoltrata primavera, con ancora qualche goccia di rugiada sulle foglie, lungo la strada accompagnata dagli ulivi ormai secolari procedevo a piedi verso la stazione di “San Vito Stazione”. Ero con mia madre, mia sorella, zie e comari del paese. Avevo quattro anni e, abituata a correre su e giù in libertà, come solo i bambini e le bambine piccole sanno fare, non mi ero accorta che camminavamo già da quasi un’ora sulla strada battuta e che le scarpe, da bianche che erano - mia sorella mi aveva accuratamente passato il bianchetto, come usava allora negli anni Cinquanta – erano diventate color terra. Era stata zia Maria ad accorgersene, la zia più sapiente, più bella, più elegante ed aggraziata delle altre che pure erano nel “corteo” che ci accompagnava per prendere il treno del lungo viaggio. Così, in una sosta, giù tutte le valigie, cercava di ripulirmi le le scarpe, ma la terra, si sa, non va via così facilmente... Le altre zie e “cummara” Peppina, dirimpettaia e sostenitrice delle mie acerbe esibizioni canore, a quel punto erano già un po’ sudate e affaticate per la strada che avevamo fatto e per i pacchi e le valige che si portavano appresso per noi.

Si sa che la primavera inoltrata al Sud è già una mezza estate, la giornata si prevedeva calda, il mare, poco distante, da quel punto non si vedeva ma se ne intuiva la presenza ed io aspettavo di scorgerne, tra le ginestre, gli ampi scorci, nella bellezza mozzafiato che ancora oggi lo domina.

Arrivati alla Stazione non “c’erano tutti..” come nella canzone di De André. C’era un solo binario, il marciapiede del primo ed unico binario: destinazione Nord. L’attesa della cosiddetta Littorina Calabro Lucana si faceva lunga: col solito anticipo ansioso di mia madre ci toccava aspettare ancora almeno un paio d’ore... a quel punto le scarpe, le mie scarpe, non erano più un problema...

Tirate su tutte le valigie sul marciapiede del binario, restavamo tutte in attesa del “tuuuuu” della Littorina in arrivo. Eccolo finalmente, arriva il treno, ma è così corto? Mi faccio spazio tra le gonnelle delle zie e delle commari e, ora che ricordo bene, anche tra quella di nonna Rosa “Occhi da Normanna”, una gonnella, lunga, nera, con innumerevoli piegoline, plissettata..che mi piaceva un mondo quando ci giocavo per miei travestimenti. E che, ora che ricordo bene, si chiamava “a gunneda”, e quella la mettevano solo le nonne.

Stropicciata di baci, mani mi sollevano e, oplà, eccomi sul treno – un dilatato gesto di Ettore? - che mi porterà da papà, al Nord. Si fa finta di niente ma, alla separazione, l’emozione è tanta e, per me, anche l’eccitazione. Inizia il Grande Viaggio. Dal finestrino i binari segnano la strada percorsa, io vedo sempre la stessa strada ferrata che luccica, col sole che si fa sempre più alto. Sempre la stessa strada ferrata, per non perdermi, sempre io, sempre quel luccichio....

Quel viaggio sta continuando, per me, ancora oggi, in ogni nuovo luogo che incontro, in ogni Altrove, in ogni Ritorno, insieme agli ulivi secolari, al mare mozzafiato della Punta di Stalettì, agli Occhi-di-Normanna di Nonna Rosa.

Quanti viaggi! Quante Stazioni ! Alla ricerca di Itaca, come nei versi di Kevafis

 

Quando ti metterai in viaggio per Itaca

devi augurarti che la strada sia lunga

fertile in avventure e in esperienze.

I Lestrigoni e i Ciclopi

o la furia di Nettuno non temere,

non sarà questo il genere d’incontri

se il pensiero resta alto e il sentimento

fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.

In Ciclopi e Lestrigoni, no certo

né nell’irato Nettuno incapperai

se non li porti dentro

se l’anima non te li mette contro.

 

Devi augurarti che la strada sia lunga

che i mattini d’estate siano tanti

quando nei porti - finalmente e con che gioia -

toccherai terra tu per la prima volta:

negli empori fenici indugia e acquista

madreperle coralli ebano e ambre

tutta merce fina, anche aromi

penetranti d’ogni sorta, più aromi

inebrianti che puoi,

va in molte città egizie

impara una quantità di cose dai dotti.

 

Sempre devi avere in mente Itaca

- raggiungerla sia il pensiero costante.

Soprattutto, non affrettare il viaggio;

fa che duri a lungo,per anni, e che da vecchio

metta piede sull’isola, tu, ricco

dei tesori accumulati per strada

senza aspettarti ricchezze da Itaca.

 

Itaca ti ha dato il bel viaggio,

senza di lei mai ti saresti messo

in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

 

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso

Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

 

Itaca (Costantino Kavafis)

 

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