Una famiglia sempre meno socializzante?

Nel clima in cui viviamo, definito dai sociologi individualismo di massa, molti genitori non soltanto organizzano, di fatto, la vita familiare in chiave difensiva, ma trovano difficile negare qualcosa ai loro figli, sia perché si identificano in loro, sia perché li vogliono proteggere dal mondo ostile, sia perché pensano che cedendo alle loro richieste li fanno sentire, se non superiori, almeno uguali ai loro coetanei, sia, ancora, perché hanno difficoltà a tollerare il minimo segno di malumore nei figli.

Anna Oliverio Ferraris


Qualunque sia la sua struttura – tradizionale, divisa, ricomposta, monogenitoriale, allargata, adottiva, omosessuale – stiamo assistendo ad una evoluzione della famiglia contemporanea che tende a vivere sempre più come una piccola isola affettiva, una sorta di monade, che cerca di preservarsi e di sopravvivere in una società percepita come insicura e concorrenziale, sempre più staccata dalla famiglia e qualche volta addirittura ostile. Il governo esige più tasse ma fornisce meno servizi. A scuola ci sono i bulli da cui bisogna imparare a difendersi. Un tempo la famiglia era considerata la cellula base della società, con i cui principi era in sintonia; oggi molte famiglie guardano alla società con un misto di attesa e di diffidenza.

Un film che ha simboleggiato molto bene questo ripiegamento difensivo della famiglia di fronte alla società ostile fu Home, nel 2009, della regista Ursula Meier. Marthe, Michel e i loro tre figli vivono isolati nella loro confortevole casetta unifamiliare collocata lungo un’autostrada costruita da anni e mai inaugurata. Quel lungo nastro d’asfalto è stato per anni parte della loro vita e dei loro giochi, simbolo dell’armonia familiare, come il prato verde e gli alberi che circondano la casa. Quando però l’autostrada viene messa in funzione e migliaia di macchine, moto, camion e tir iniziano a sfrecciare a due metri dalle finestre, la famiglia si ritrova improvvisamente aggredita, giorno e notte, dal rumore incessante dei motori e dei clacson, dalle vibrazioni del terreno, dall’inquinamento e dall’invadenza degli automobilisti spesso bloccati in macchina in lunghe code d’attesa. E se la figlia adolescente decide di accettare l’invito di un automobilista alla guida di una macchina sportiva e di andarsene di casa, i figli minori restano con i genitori che, nel tentativo di difendere se stessi e i bambini dal mondo esterno diventato ormai invivibile, mettono in atto tutta una serie di misure difensive (finestre e porte murate per contrastare l’inquinamento e il frastuono, paratie e sacchi di sabbia per attutire le vibrazioni, vettovaglie per sopravvivere in isolamento per lunghi periodi) che però rischiano di farli morire soffocati all’interno del bunker che man mano hanno costruito intorno a loro. Soltanto quando sono ormai allo stremo delle forze, Marthe, Michel e i due bambini si decidono ad uscire dal bunker e affrontare il mondo così com’è rinunciando alla separatezza e alla difesa ad oltranza.

Nel clima in cui viviamo, definito dai sociologi individualismo di massa, molti genitori non soltanto organizzano, di fatto, la vita familiare in chiave difensiva, ma trovano difficile negare qualcosa ai loro figli, sia perché si identificano in loro, sia perché li vogliono proteggere dal mondo ostile, sia perché pensano che cedendo alle loro richieste li fanno sentire, se non superiori, almeno uguali ai loro coetanei, sia, ancora, perché hanno difficoltà a tollerare il minimo segno di malumore nei figli. E’ troppo doloroso, per questi genitori stressati e vulnerabili, sentirsi disapprovati o non in piena sintonia con i figli. Non riescono ad opporsi perché hanno bisogno di sentirsi amati dai loro figli momento per momento: non riescono a reggere il biasimo e il conflitto e qualunque segno di ribellione li fa entrare in crisi.

Siccome dire “no” a un adolescente di quindici anni alle ore 19 rischia di rovinare l’intera serata, si preferisce dirgli «a che ora pensi di tornare, amore?». Così facendo, non solo la serata è salva, ma si evitano i mugugni del figlio e i sensi di colpa dei genitori. Se un padre dice “no” ad un figlio di dieci anni, questi certamente non gli salterà al collo dicendogli «ho i genitori più simpatici del mondo!», dirà piuttosto «tutti i miei compagni hanno la fortuna di avere dei genitori moderni e comprensivi, soltanto io ho la sfortuna di avere dei genitori che non capiscono niente!». Per sottrarsi a queste situazioni non certo gratificanti, molti genitori preferiscono cedere. Non considerano che la relazione educativa non può essere continuamente gratificante: che in ogni comunità, grande o piccola che sia, ci sono dei momenti di conflittualità inevitabili che bisogna saper affrontare, reggere e gestire.

La relazione educativa può essere gratificante nella durata, quando all’età di venti-venticinque anni il figlio ringrazierà i suoi genitori per avergli tenuto testa su alcuni punti nonostante le pressioni che egli esercitava in senso contrario; ma certamente non si può pretendere di essere ringraziati nel momento dello scontro. In più, è noto che fa bene ai figli scontarsi ogni tanto con i genitori, o altro adulto educante: chiarisce loro le idee sui limiti che non possono essere oltrepassati e sulle regole di base del vivere sociale. Bisogna però che, dall’altra parte, ci sia un adulto sufficientemente maturo da non entrare in crisi di fronte alla minima provocazione. Avere un adulto che consente al ragazzo di fare questo “esercizio di contrapposizione”, senza paura di offendere o di poter essere rifiutato o ridicolizzato, è indubbiamente un vantaggio per un giovane che sta crescendo, che non sa ancora bene chi è e che cosa vuole dalla vita.

Molti genitori scambiano la cedevolezza per amore, quando invece ci sono due tipi di amore che devono procedere di pari passo: l’amore tenerezza e l’amore fermezza, il secondo tipo di amore è quello che consente di non viziare i figli, di farli crescere sufficientemente forti e responsabili.

Che cosa sia l’amore tenerezza è facile da comprendere. E’ la capacità di rilassarsi e di essere affettuosi; è ciò che ci consente di fare affidamento sul nostro istinto, di essere veramente presenti per nostro figlio, è un sentimento che emerge facilmente con i bambini. Non tutti sono stati allevati con tenerezza e ciò spiega perché ci siano dei genitori che hanno difficoltà ad essere affettuosi con i figli. Se i nostri genitori sono stati distanti o freddi è possibile che ci sentiamo a disagio e tesi in presenza dei bambini, soprattutto con i più piccoli. Recuperare la tenerezza è essenziale se vogliamo instaurare un buon rapporto con loro fin dall’inizio.

Che cosa sia l’amore fermezza è altrettanto semplice da capire anche se un po’ più difficile da praticare: è la capacità di essere gentili ma fermi, affettuosi ma coerenti; è la capacità di individuare delle regole chiare, adatte all’età e alle caratteristiche di nostro figlio e poi di attenervisi senza essere troppo cedevoli, deboli, eccessivamente indulgenti. La presenza di regole dà ai bambini la percezione di solidità e di coerenza, una condizione che li fa sentir bene, sicuri e protetti. Ai bambini piace sentire che i loro genitori hanno il controllo delle diverse situazioni, che sanno che cosa è bene per loro e come bisogna comportarsi nelle varie situazioni: sono abbastanza saggi da riconoscere di essere “piccoli” e di avere una conoscenza e un controllo parziali della realtà che li circonda. L’amore fermezza ha come obiettivo il bene dei bambini, la loro sicurezza, l’apprendimento graduale dell’arte di vivere, l’acquisizione di una progressiva autonomia e fiducia in se stessi. É perché voglio bene a mio figlio che non lo lascio correre in mezzo alla strada tra le macchine ma è anche perché gli voglio bene che gli insegno a rispettare gli altri. Un buon genitore non ha difficoltà a mostrarsi fermo in tante diverse situazioni perché sa che la sua fermezza aiuterà i figli ad esercitare un maggiore controllo sui propri impulsi, a trovare soluzioni efficaci, ad abbandonare l’illusione di onnipotenza tipica dei primi anni di vita e in ultima analisi ad avere una vita più piena e serena.

Questa percezione ce l’hanno anche i bambini viziati, sebbene non tutti lo riconoscano apertamente come nel caso di Luca, otto anni, un vero tiranno domestico che tiene in scacco genitori e nonni con terribili capricci. Luca, viziatissimo dal padre che, essendo spesso fuori per lavoro, per farsi perdonale le frequenti assenze lo ha sempre ricoperto di regali ad ogni ritorno a casa. Luca possiede ogni tipo di giocattoli e di tecnologie, compresi una piccola moto elettrica, un computer, il telefonino che fa le foto, il televisore personale e l’Ipad. Dal canto suo la mamma, troppo insicura e debole per fronteggiare i capricci di Luca, ha sempre ceduto alle sue richieste compresa quella di dormire nel letto dei genitori. «Gli abbiamo dato tutto» racconta con un’espressione stanca sul viso «e lui ci ripaga in questo modo». «E’ anche violento con il fratellino e con i compagni di scuola e ora la maestra, dopo averlo allontanato più volte dalla classe non lo vuole più, anche perché gli altri genitori protestano» aggiunge scuotendo il capo sconsolata.

Colpisce la consapevolezza di Luca, che quando si ritrova a tu per tu con la psicologa, ad un certo punto spiega: «il mio papà e i miei nonni mi fanno tantissimi regali, molti i quei regali non mi servono… i miei genitori non sono severi con me, ma io vorrei che fossero severi come i genitori di Fabrizio perché io voglio diventare un bambino come gli altri!». Al che, la psicologa: «se ho capito bene vorresti che fossero più severi con te… in un certo senso più forti di te». Luca riflette un momento e poi conferma «non mi piace essere più forte di loro: sono loro che devono decidere, non io!».

Luca arriva a capire quello che anche gli adulti dovrebbero essere in grado di capire, ossia che la socializzazione avviene anche attraverso il confronto con il “no”, con la frustrazione, la delusione e la rinuncia. Non negare mai nulla ad un figlio non consente a quest’ultimo di uscire dall’illusione di onnipotenza, quell’illusione che hanno tutti i neonati nei primi mesi di vita e che è funzionale alla loro sopravvivenza (tant’è che quelli che non possono coltivare questa illusione perché trascurati e maltrattati crescono stentatamente o non crescono affatto). Malgrado la loro piccolezza e debolezza, i neonati hanno l’impressione di comandare il mondo: «Io urlo. Tutti quanti si mettono in movimento e mi portano il latte!». Ma se nei primi mesi di vita è importante che il bambino senta che il mondo intorno a lui è lì per soddisfare i suoi bisogni e quindi è bene che si illuda di poterlo dominare, è però altrettanto importante che, grazie alle regole che via via incontra crescendo, sia aiutato ad uscire da quella primordiale illusione di onnipotenza in modo da poter posizionarsi nel mondo all’interno di una rosa di scambi e di rapporti sociali, non improntati alla violenza. Rientra in questo processo l’accettazione, intorno ai tre-quattro anni, di non essere continuamente al centro dell’attenzione, ma di lasciare spazio anche ai fratelli e agli amichetti. E, successivamente, di non pretendere di essere ad ogni costo e sempre il vincitore, ma di saper divertirsi con i compagni e godere del piacere della loro compagnia.

Il grande svantaggio di molti preadolescenti di 10-13 anni che osserviamo in alcuni quartieri cittadini – già recidivi a quell’età, incapaci di resistere alle minime frustrazioni, di applicarsi allo studio, di rispettare gli insegnanti e la polizia – è quello di non avere mai incontrato sulla loro strada degli adulti educanti, e in primo luogo i loro genitori, che fossero capaci di dire “no”! di restare fermi nell’indicare e nel far rispettare i limiti necessari che non possono essere valicati. Chiunque abbia soggiornato o lavorato in prigione sa che molti detenuti sono angosciati dalla paura di non essere sottomessi a nessuna legge interna. E molti criminali rimproverano l’ambiente in cui sono cresciuti e a volte anche i loro avvocati di non averli fermati in tempo, di non aver dato loro gli strumenti per evitare il peggio prima che – per usare una metafora psicoanalitica – le forze distruttive interne venissero lasciate libere di circolare.

Nella famiglia contemporanea, spesso di dimensioni inferiori a quella di ieri, frammentata e ricomposta c’è la tendenza (come conseguenza di una serie complessa di fattori non solo interni alla famiglia ma anche esterni) a funzionare sempre meno come prima istituzione sociale, dove si imparano, tutti insieme, le regole elementari del saper vivere e del rispetto di sé e degli altri; ma soltanto come luogo privilegiato di espressione dei desideri. Un tempo la famiglia si trovava intorno al tavolo da pranzo per consumare il pasto e dialogare. Oggi in molte case si mangia senza parlare con lo sguardo fisso allo schermo televisivo e dopo cena ognuno si apparta nella sua postazione a guardare il programma preferito o va in rete a chattare con gli “amici”. La socializzazione all’interno del nucleo familiare risulta in molti casi ridotta o insufficiente. Molte famiglie utilizzano gli oggetti di comfort offerti dal nostro mondo e una serie di interessanti iniziative per favorire, in forma individualizzata, lo sviluppo di ogni figlio, il che è certamente un dato positivo; non sempre però ciò favorisce una piena e soddisfacente socializzazione. Questa si impara, infatti, a partire dai primi anni di vita, attraverso il confronto, l’ascolto e la conoscenza reciproca, la gestione dei conflitti e delle emozioni e un progressivo affinamento della comunicazione.

 

 Docente di Psicologia dello sviluppo presso l'Università La Sapienza di Roma e psicoterapeuta. Autrice di saggi e libri di testo e direttrice della rivista Psicologia Contemporanea.

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