Famiglia, lavoro e cura

Famiglia, lavoro e cura

 

Uno dei grossi problemi della conciliazione famiglia lavoro, a livello familiare, è la gestione del tempo e in particolar modo il rendere conto ai bambini dell’assenza, più o meno prolungata, di mamma e/o di papà – un rendere conto ai bambini che è poi, in ultima analisi, un rendere conto a se stessi.

 

Lorenza Rebuzzini*


Famiglia, lavoro e cura

 

Uno dei grossi problemi della conciliazione famiglia lavoro, a livello familiare, è la gestione del tempo e in particolar modo il rendere conto ai bambini dell’assenza, più o meno prolungata, di mamma e/o di papà – un rendere conto ai bambini che è poi, in ultima analisi, un rendere conto a se stessi.

 

Lorenza Rebuzzini*

 

I profondi mutamenti che hanno interessato la famiglia negli ultimi cinquant’anni hanno portato a parlare di nuove famiglie, definizione adottata anche dall’Istat, o di famiglie post-moderne, famiglie cioè la cui struttura non coincide con quella della famiglia mononucleare composta da padre, madre e figli, con ruoli di genere e compiti ben definiti, così come si è sviluppata a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Non coincidono con quella che potremmo definire la “famiglia classica” sia morfologicamente, sia per quanto riguarda alcune dinamiche relazionali.

I nuovi nuclei familiari, in tutti i Paesi Europei, tendono a essere sempre più piccoli, instabili e isolati sia rispetto al contesto familiare d’origine, sia rispetto alla comunità di riferimento; si formano in età sempre più avanzata e non necessariamente a partire dal contratto matrimoniale, mentre le convivenze more uxorio sono sempre più frequenti; aumentano le famiglie monogenitoriali e le famiglie ricomposte, in seguito anche all’aumentare delle separazioni e dei divorzi. Dal punto di vista della morfologia, dunque, il termine nuove famiglie è utilizzato non tanto per indicare strutture familiari che non esistevano nel passato, quanto piuttosto la diffusione sia di quelli che erano considerati modelli “minoritari”, sia di nuove regole e nuovi valori del fare famiglia. Ciò detto, rimane assodato che tali cambiamenti morfologici non devono indurre, come spesso accade, a ritenere che allora “tutto è famiglia”, le nuove famiglie continuano a essere caratterizzate dalla presenza di una relazione di genere, di generazione e di generatività, sebbene tali relazioni risultino oggi in profondo mutamento[1].

In brevissimo tempo, inoltre, abbiamo registrato il passaggio dalla centralità dell’istituzione familiare (il matri-monio come conservazione e trasmissione del patri-monio) alla centralità della coppia (che si costituisce, si sviluppa ed eventualmente si disgrega secondo una logica affettiva) alla centralità del figlio. Mentre “nei bei tempi andati” il percorso verso la vita adulta appariva per lo più scandito secondo passaggi lineari e ben definiti nella loro scansione cronologica (completamento del percorso di studi – entrata nel mercato del lavoro – uscita di casa coincidente con il matrimonio – passaggio alla genitorialità), oggi è l’arrivo del figlio l’evento che segna ormai l’unico passaggio non rinegoziabile verso l’età adulta. È spesso “sulle spalle del figlio”, ossia dopo la nascita del primo figlio o degli ordini successivi di figli (peraltro sempre più rari), che la coppia decide di contrarre il vincolo del matrimonio.

La centralità del figlio, così come la conquista di una maggior parità di genere all’interno della coppia, strutturano dunque una famiglia caratterizzata da rapporti basati su una logica democratica[2], una logica cioè nella quale tutti – grandi e piccoli – hanno diritto di parola e di essere ascoltati. Buttati all’aria i vecchi orpelli dell’autoritarismo paterno, di cui Lettera al Padre di Franz Kafka rimane forse l’esempio più fulgido, e attraversato il momento di smarrimento durante il quale, a più riprese, è stata denunciata (o declamata, a seconda dei casi) la “scomparsa del padre”, l’attenzione è rivolta oggi, piuttosto, al modo in cui i giovani padri sperimentano, certamente in forme ancora confuse e indefinite, nuovi modi di relazione e di partecipazione alla vita familiare. In questo senso, oggi il ruolo paterno si conforma, o meglio tenta di conformarsi, ai criteri dell’autorevolezza più che dell’autorità: il padre è colui che è capace di tradurre il mondo circostante per i propri figli, colui che è capace di dare parola e ascoltare ma che al contempo si assume la responsabilità del primum inter pares. Capacità non banali e affatto scontate, tanto più se pensiamo che oggi le nuove famiglie si trovano “spaesate”[3] di fronte a una società che non riconosce alcun assetto valoriale condiviso e che quindi non solo non è in grado di riconoscere la famiglia nella sua accezione e nel valore che le sono propri (come accennavo sopra), ma non è neanche più in grado di sostenere i genitori nel loro compito educativo.

Siamo dunque di fronte a un mutamento di ruoli e di relazioni non sostenuto e non riconosciuto da una società che ha perso punti di riferimento: il risultato di questo duplice processo è, sul versante genitoriale, un profondo senso di inadeguatezza che si manifesta nel fiorire, tanto nell’editoria quanto sui Media, di una vera e propria manualistica per imparare a “fare il genitore”: “L’incertezza e il disorientamento possono permeare le nuove famiglie anche perché a livello sociale ritengo vi sia un’assenza di luoghi collettivi per metabolizzare le paure del vivere contemporaneo e sostenere le fatiche genitoriali. Così tutto ricade all’interno delle responsabilità familiari[4].

Queste parole di Pamela Pace appaiono tanto più feconde di ulteriori riflessioni quanto applicate a uno degli ambiti nei quali registriamo, negli ultimi anni, le maggiori tensioni: l’ambito della conciliazione, o dell’armonizzazione, tra famiglia e lavoro.

Famiglia e lavoro coesistono in una relazione necessaria, secondo la quale non è possibile fare famiglia senza un lavoro, e tuttavia vi sono differenti visioni antropologiche in base alle quali possiamo valutare tale relazione. La visione più radicata, perché profondamente innervata nelle modalità di strutturare il lavoro avviate con la seconda rivoluzione industriale a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, nel momento in cui il lavoro è stato portato “fuori casa” e “in fabbrica”, è una visione sostanzialmente individualista ed economicista, basata su quella che è stato definito come il “mito dei mondi separati”[5]: è il singolo individuo che entra a far parte dell’azienda, non i legami che il singolo porta con sé, considerati spesso anzi come un intralcio e un pericolo di fronte alla completa adesione alla mission e ai valori aziendali. La riflessione sulle pari opportunità in ambito lavorativo non ha sostanzialmente messo in discussione tale impianto, condividendone l’approccio individualista e, in parte, economicista: ancora oggi, quante volte abbiamo letto o sentito che una maggiore percentuale di donne al lavoro farebbe aumentare il Prodotto Interno Lordo di 1, 2 o addirittura 3 punti di percentuale?

Le lotte per la parità di genere e per le pari opportunità, che le donne hanno portato avanti e stanno tuttora portando avanti, hanno permesso di accedere a maggiori tutele per la maternità e a un maggior numero di donne presenti nel mondo del lavoro. In conseguenza di ciò le relazioni all’interno della famiglia sono radicalmente cambiate in senso paritario, ed è emerso in modo significativo la questione, tuttora irrisolta, della cura: se le donne non sono più depositarie dei compiti di cura all’interno della famiglia, chi può gestire questo compito di radicale importanza, e come? Domanda del tutto aperta, che sembra (per il momento) aver trovato un’unica risposta nel sovraccarico dei compiti svolti dalle donne. Secondo tutte le statistiche ufficiali, le donne contemporanee non appaiono più felici di quanto fossero quelle che vivevano cinquant’anni fa: presenti nel mondo del lavoro, ma senza raggiungere un’effettiva parità in termini di carriera e stipendi, e tuttora sostanzialmente depositarie dei compiti di cura, assistiamo oggi all’emergere di una profonda stanchezza e disillusione del mondo femminile rispetto alle “promesse” di parità e felicità con le quali le quarantenni di oggi sono cresciute [6].

Quali sono le tensioni che minano la possibilità di un felice binomio tra mamma e lavoratrice, oggi? Come è noto, negli ultimi vent’anni il livello medio di istruzione delle donne è aumentato in modo notevole, tanto da segnare il sorpasso rispetto ai colleghi di sesso maschile: le donne terminano il loro percorso di studi prima, e meglio, dei loro colleghi maschi. Tuttavia le attese maturate nel corso di studi vengono, nel nostro Paese, puntualmente frustrate: le donne continuano a fare più fatica a entrare nel mondo del lavoro, sono più precarie, stentano a raggiungere posizioni di prestigio. In una recente indagine di Eurobarometer sugli stereotipi sessisti di genere, emerge come il lavoro sia un luogo nel quale gli stereotipi agiscono in modo più prepotente che in famiglia, re-spingendo dunque le donne e spingendole poi a “tornare in famiglia”, con l’avvento della maternità: sia perdendo il posto di lavoro tout-court, e non per propria volontà, sia facendo un rapido calcolo delle opportunità di carriera, in base al quale molte donne pensano che “non valga la pena” investire nell’ambito lavorativo a discapito degli affetti[7]. D’altro canto, una vasta letteratura addita nella famiglia italiana, basata su una visione tradizionale e antiquata dei ruoli di genere, il primo colpevole per la scarsa partecipazione delle donne al mondo del lavoro[8]. A questo quadro d’insieme, alquanto contraddittorio quantomeno in termini di analisi, è necessario aggiungere che raramente l’importanza della presenza della figura materna nei primi mesi di vita e dell’allattamento al seno è stata così amplificata come ai giorni nostri.

L’evento della maternità, già carico di per sé di emozioni profonde, rischia dunque di essere sovraccaricato da un quadro d’insieme contraddittorio, che rilancia alle madri numerose sfide ma che le lascia sostanzialmente sole di fronte alle proprie scelte. Appare infatti che le decisioni riguardo la conciliazione famiglia-lavoro siano raramente tematizzate, discusse e negoziate all’interno della coppia. È la madre che, per essere una buona madre, deve occuparsi del bambino e – per converso – è il padre che, per essere un buon padre, deve provvedere al sostentamento di madre e figlio[9]: gli stereotipi di genere, sul quale i due non avevano certo fondato il proprio progetto di vita, tornano prepotentemente alla ribalta con l’avvento della genitorialità. La domanda – del tutto aperta – è dunque se tali costrutti siano solo il frutto di vecchi sterotipi da buttare, o riposino in una dimensione simbolica e universale dell’uomo che richiama al tema – centrale, e al di là della questione di genere – della cura, del desiderio, del femminile e del maschile.

Non che i padri odierni siano esenti da queste contraddizioni. Ai “nuovi padri” è richiesta una partecipazione alla cura del neonato del tutto inedita nella storia della paternità, pensiamo solo alla richiesta di essere presenti al momento della nascita, che è sempre stato un’esclusività della sfera femminile. In alcune recenti ricerche emerge inoltre come molti padri lamentino di essere loro, quelli che non hanno scelta alcuna rispetto ai modi di conciliare famiglia e lavoro: molti infatti ritengono di non poter decidere di lavorare meno per potersi dedicare maggiormente al nuovo nato[10], desiderio che nasce forse anche dalla paura di “non essere sufficientemente presente”. D’altronde, pensiamo che nel nostro Paese solo alla fine del 2012, con il decreto Fornero-Grilli, è stato stabilito 1 giorno di congedo obbligatorio per paternità, più altri 2 giorni di congedo facoltativo, mentre i congedi spettanti ai padri nel caso la madre non ne usufruisca sono ancora utilizzati in percentuale minima, sia per motivi di ordine economico sia per cause inerenti alle culture aziendali di riferimento, per cui un uomo che prende il congedo parentale non dimostra sufficiente commitment nei confronti dell’azienda. In genere, anche in questo caso come nel precedente riguardante le madri, ai padri è richiesta un’amorevole presenza e una maggiore condivisione dei compiti domestici, salvo poi contraddire questo “dover essere” e “dover fare” non solo a livello di politiche attive, ma anche a livello sociale e mediatico indicando gli uomini che svolgono compiti di cura e di lavoro familiare come “mammi” o come “casalinghi”.

 

La versione completa di questo articolo la potete trovare sul sito www.pedagogika.it

 

*Area progetti Forum delle Associazioni Familiari; consulente e ricercatrice freelance, si occupa di comunicazione per il non-profit e di conciliazione famiglia-lavoro

 

Bibliografia

Alesina A., Ichino A., L’Italia fatta in casa. Indagine sulla vera ricchezza degli italiani, Mondadori, Milano, 2009

Chincilla N., Moragas M., Artefici del nostro destino. Realizzare se stessi tra lavoro e famiglia, Fausto Lupetti Editore, Bologna, 2010

Cigoli V., Prefazione a P. Pace, Il domatore di leoni. Riflessioni psicoanalitiche sulla preziosità della famiglia contemporanea e i padri di oggi, Bruno Mondadori, Milano, 2012, pp. VII – XV.

Eurobarometer, Uguaglianza tra i sessi nell’UE nel 2009, Eurobarometro 72.2

Esping A., Gösta, La rivoluzione incompiuta. Donne, famiglia, welfare, Il Mulino, Bologna, 2012

Hand, Kelly, Mother’s Account of Work and Family Decision-making in Couple Families. An Analysis of the Family and Work Decisions Study, «Family Matters», No. 75, 2006, pp. 70-76

Higgins C.A., Duxbury L. E., Lyons S.T., Coping With Overload and Stress: Men and Women in Dual-Earner Families, «Journal of Marriage and Family», No. 72, Agosto 2010, pp. 847-859.

Istat, Uso del tempo e ruoli di genere. Tra lavoro e famiglia nel ciclo di vita, Roma, 2012, disponibile sul sito www.istat.it

Pace P., Il domatore di leoni. Riflessioni psicoanalitiche sulla preziosità della famiglia contemporanea e i padri di oggi, Bruno Mondadori, Milano, 2012

Parada N., José Luis, Antropologìa educativa de la relaciòn trabajo y familia, «Familia», No. 43, 2011, pp. 71-90.

Rebuzzini L., Integration of Family Policies Responses and Shared Responsibilities, in «Confronting Family Poverty and Social Exclusion, Ensuring Work-Family Balance, Advancing Social Integration and Intergenerational Solidarity in Europe», UN European Expert Meeting, Giugno 2012, www.family2014.org/egmb/PD6-Rebuzzini.pdf

Slaughter, Anne-Marie, Why Women Still Can’t Have It All, The Atlantic, Luglio 2012, www.theatlantic.com/magazine/archive/2012/07/why-women-still-cant-have-it-all/309020/



[1]          Cigoli V., Prefazione a P. Pace, Il domatore di leoni. Riflessioni psicoanalitiche sulla preziosità della famiglia contemporanea e i padri di oggi, Bruno Mondadori, Milano, 2012, pp. VII – XV.

[2]          Pace P., Il domatore di leoni. Riflessioni psicoanalitiche sulla preziosità della famiglia contemporanea e i padri di oggi, Bruno Mondadori, Milano, 2012.

[3]    Ivi.

[4]             Ivi, p. 29.

[5]          Higgins C.A., Duxbury L. E., Lyons S.T., Coping With Overload and Stress: Men and Women in Dual-Earner Families, «Journal of Marriage and Family», No. 72, Agosto 2010, pp. 847-859.

[6]             Slaughter, Anne-Marie, Why Women Still Can’t Have It All, The Atlantic, Luglio 2012, www.theatlantic.com/magazine/archive/2012/07/why-women-still-cant-have-it-all/309020/; Istat, Uso del tempo e ruoli di genere. Tra lavoro e famiglia nel ciclo di vita, Roma, 2012, disponibile sul sito www.istat.it.

[7]          Esping Andersen, Gösta, La rivoluzione incompiuta. Donne, famiglia, welfare, Il Mulino, Bologna, 2012.

[8]             Alesina A., Ichino A., L’Italia fatta in casa. Indagine sulla vera ricchezza degli italiani, Mondadori, Milano, 2009.

[9]             Hand, Kelly, Mother’s Account of Work and Family Decision-making in Couple Families. An Analysis of the Family and Work Decisions Study, «Family Matters», No. 75, 2006, pp. 70-76.

[10]  Ivi.

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