Questioni di genere

Identità di genere e bullismi.

Alcune riflessioni su cosa fare.

 

di Cristina Gamberi e Davide Melchioni

 


Identità di genere e bullismi.

Alcune riflessioni su cosa fare.

 

di Cristina Gamberi e Davide Melchioni

 

L'ultimo drammatico caso di bullismo risale a pochi mesi fa quando Hannah Smith, una ragazza inglese di soli 14 anni, si è tolta la vita. A spingere al suicidio la giovane è stata la valanga di insulti ricevuti su un sito internet, messaggi anonimi che l'hanno travolta facendola sentire indifesa e vulnerabile. In particolare, la ragazza frequentava un sitoweb di domande-risposte popolare fra adolescenti dove però Hannah è diventata l'obiettivo di trolls, un termine che nel gergo di internet indica le persone che fomentano discordia, seminano zizzagne o disturbano la comunicazione all'interno delle comunità virtuali quali ad esempio forum di discussione, chat e blog. I trolls interagiscono con messaggi provocatori, alle volte irritanti e insultanti, altre volte solo fuori luogo, ma nella maggior parte dei casi hanno l'intento deliberato di fare azioni di disturbo e provocare reazioni emotive in coloro che partecipano alle discussioni. Inutile dire che il troll si comporta in questo modo perché nello spazio virtuale percepisce la sensazione di anonimato – e di conseguenza di impunibilità. Ma leggendo gli insulti ricevuti da Hannah, così come quelli indirizzati alla sua famiglia nei giorni successivi la sua morte, si ha la netta sensazione di essere di fronte a un odio eccessivo, tanto deliberato quanto insensato rispetto alla situazione.

Il governo inglese e il primo ministro Cameron hanno già chiesto di boicottare il sito, definendolo 'vile e odioso' perché responsabile di non aver fatto abbastanza per combattere il bullismo online. Ma è sufficiente boicottare un sito? Si risolve il problema chiudendo una pagina web? E' possibile perseguire penalmente coloro che inviano messaggi offensivi anche quando si celano dietro l'anonimato della rete? Sono queste le uniche soluzioni possibili?

Il caso di Hannah è solo l'ultimo in ordine di tempo di una vera e propria escalation di violenza diretta e indiretta che coinvolge il mondo degli adolescenti e pre-adolescenti.

Anche in Italia, negli ultimi mesi la stampa ha riportato numerosi episodi di bullismo avvenuti a scuola. Spesso si tratta di casi tragici: giovani e giovanissimi sono vittime di una lunga catena di violenze ininterotte e di prepotenze odiose o sono oggetto di diffamazione. Molto spesso gli episodi accadono all'interno delle mura scolastiche e conducono alla disperazione coloro che sono l'obiettivo del bullo perché la vittima non è più in grado di tollerare le ripetute offese inflitte dal compagno.

Nonostante il recente clamore mediatico, il bullismo non è però nato pochi anni fa. Ognuno di noi, se ripercorre la propria storia, ricorda di essere stato vittima in gioventù di episodi di bullismo o di aver visto amici e amiche che hanno subito prepotenze e violenze. Magari non lo si chiamava con questo nome, ma il bullismo è un fenomeno profondamente radicato nelle relazioni all'interno del gruppo dei pari. Ed è anche un fenomeno estremamente complesso.

Come molti sanno, il bullismo è una particolare manifestazione di aggressività, perpetrata da uno o più individui definiti i 'bulli' o 'bulle' ai danni di uno o più individui, considerati 'le vittime'. Il bullismo è caratterizzato dalla tendenza a ripetersi nel tempo e dall'intenzionalità dell'attacco. Nel complesso, il bullismo rappresenta un abuso sistematico di potere fra il bullo e la vittima. Un bullo può aggredire la vittima in modo diretto, picchiandola o insultandola, o in modo indiretto, attraverso l'esclusione o diffondendo calunnie sul suo conto. Si potrebbe anche dire che il bullo e la vittima si collocano all'interno di un vero e proprio palcoscenico, dove gli altri amici e compagni possono svolgere il ruolo di attivi aiutanti del bullo, di complici sostenitori, di semplici osservatori, o di difensori delle vittime. E' dunque importante svolgere il lavoro trasversale di smontare il bullismo, ossia di disvelare la fragilità del bullo e del ruolo fondamentale giocato dal gruppo che è un pubblico mai neutrale di fronte a queste prepotenze. Un possibile punto di partenza è il gioco di società ideato all'interno dell'ampio progetto intitolato “Smonta il bullo” che rappresenta un ottimo strumento per coinvolgere attivamente i ragazzi facendoli lavorare in squadra.

In realtà, come suggerisce il titolo scelto per questo intervento, sarebbe più corretto parlare di bullismi al plurale perché le forme di violenza sono articolate in base a una serie di specificità. I soprusi infatti possono essere perpetrati da un singolo ma anche da un gruppo; la violenza può assumere la forma di prepotenze fisiche, così come quella di comportamenti di tipo verbale come le derisioni, le prese in giro, le scritte sui muri; ma può anche trattarsi di molestie legate alla diffusione di notizie non vere ai danni di alcuni compagni o dell'esclusione dal gruppo dei pari.

Infine in misura sempre più crescente, le prepotenze vengono riportate nel contesto virtuale di internet attraverso la pubblicazione di foto e filmati che mostrano la violenza, o vengono messe in atto attraverso l'uso delle tecnologie, come nel caso di Hannah. In quest'ultimo caso di parla di cyberbullismo. Non è quindi corretto demonizzare internet e i social networks come forieri di nuove forme di bullismo, quanto semmai è più giusto considerarli come nuove piattaforme dove si innestano vecchi comportamenti. In altre parole, è necessario tenere in considerazione che una parte sempre più grande delle interazioni si svolge online e nei social network e bisogna essere consapevoli della pericolosità del mezzo ma anche di quanto importante sia questa modalità nella socialità degli allievi: “Ci vediamo su facebook!” è una delle frasi più sentite nel momento del commiato. Centrale diventa allora il costruire progetti educativi capaci di offrire ai ragazze e alle ragazzi competenze sull'uso consapevole delle nuove tecnologie con un approccio di genere. Una proposta possibile è quella di creare un gruppo all’interno di un portale che sia gestito dal docente o dal tutor, o meglio ancora coinvolga anche tutto il gruppo dei docenti. Il creare un gruppo facebook permette di interagire con gli allievi, comunicare e scambiare foto con loro, ma oltre a rappresentare uno spazio di interazione attiva, può diventare anche un osservatorio sulla comunicazione tra pari.

Si parla invece di bullismo omofobico quando gli aggressori si servono dell'omofobia, del sessismo, e dei valori associati all'eterosessismo per squalificare e de-umanizzare la vittima per il suo reale o presunto orientamento sessuale. Può quindi essere vittima del bullismo omofobico un ragazzo gay così come una ragazza lesbica, adolescenti transessuali o bisessuali, ma anche qualunque persona che sia recepita o rappresentata fuori dai modelli di genere normativi. Come già da qualche decennio gli studi sulla maschilità ci hanno raccontato, la costruzione dell'identità maschile si è storicamente appoggiata su due pilastri simbolici: la misoginia e l'omofobia, ovvero l'oppressione delle donne e l'emarginazione degli omosessuali. Il recente studio di Giuseppe Burgio suggerisce però anche qualcosa in più, ossia che il bullismo, e in particolare il bullismo omofobico, sia al contempo uno strumento e una tappa 'obbligata' per costruire l'identità maschile in adolescenza. Il bullismo va dunque letto come un modo per costruire la virilità, per dare forma a un'immagine di se' che corrisponde all'ideale normativo del saper essere un 'vero uomo'. Come lo studioso sostiene in modo convincente, il bullismo è un dispositivo di formazione della maschilità laddove il comportamento violento cerca di ristabilire rapporti di forza impari – che sono stati messi in discussione dai lenti ma inesorabili cambiamenti sociali – fra coloro che si sentono i veri ragazzi eterossesuali e tutti quelli che non si adeguano a questa norma. La norma ancora molto diffusa e condivisa è quella in cui la maschilità è vista come dominio e la sessualità maschile come strumento di sopraffazione, costrizione e inganno dell'altro.

Infine si parla ancora molto poco del bullismo femminile, ossia fra ragazze, fenomeno doppiamente invisibile: invisibile perché statisticamente più contenuto rispetto a quello del gruppo dei pari maschile; ed invisibile perché di norma non ricorre all'uso della forza, ma alla violenza psicologica ai danni della vittima.

Saper interpretare i segnali che vengono dai bullismi “striscianti” è ovviamente una necessità per qualsiasi educatore che abbia a cuore il benessere di ragazze e ragazzi. E’ quindi fondamentale il ruolo dell’osservazione partecipante nei momenti di socializzazione del gruppo. Dovendo analizzare la scansione temporale della “giornata del bullismo”, la nostra attenzione si deve concentrare sui momenti in cui gli allievi non percepiscono il controllo dell’istituzione educativa: in particolare il momento prima dell’inizio delle lezioni o delle attività, durante la ricreazione o durante le pause, negli spogliatoi e infine nel momento dell’uscita.

L’approccio educativo deve coinvolgere tutti gli adulti che hanno un ruolo attivo nella relazione coi ragazzi (genitori compresi) la cui mission è quella di promuovere un clima rivolto al mutuo aiuto, alla valorizzazione delle differenze e alla concreta analisi degli episodi di bullismi.

Sensibilizzare e prevenire su queste tematiche è una buona prassi, specialmente se si utilizzano metodologie attive che hanno il vantaggio di coinvolgere direttamente ed emotivamente i/le ragazzi/e attraverso compiti individuali e di gruppo, con l'uso di tecniche come il role playing e la drammatizzazione, mediante la visione e l'analisi di film. A questo proposito esiste una lista valida di film sulla quale impostare un lavoro di analisi cinematografica sul bullismo che è consultabile su www.smontailbullo.it. Si parte dall’analisi concreta delle scene topiche e ad ogni sottogruppo si attribuiscono i diversi personaggi. Ogni sottogruppo ha il compito di drammatizzare e cercare di motivare le ragioni dei comportamenti messi in atto dai personaggi con l’obiettivo di scrivere la scena successiva e performarla.

Un'altra strada percorribile è quella di usare all'interno del gruppo “un caso”: si sviscerano e analizzano situazioni concrete (per esempio eventi tratti da articoli di giornale) e poi in piccoli gruppi si lavora alla creazione di cartelloni (con l'ausilio di materiale scritto e visivo tratto da riviste). Lo scopo è quello di spiegare il fenomeno, cercando di analizzarlo dal fatto concreto, e via via astraendo fino alle parole chiave (bullismo, vittima, bullo, sfottere, pubblico, neutralità, prepotenza, ecc….).

Sia nei casi del gioco di società, così come nella costruzione del cartellone che nella visione del film, è importante che l'identità di genere emerga come un asse di analisi essenziale. Vale a dire che bisogna svelare come la dimensione della maschilità e femminilità siano alle volte vissute come istanze normative che costringono ragazzi/e a un “dover essere” che li porta a assumere comportamenti violenti. La dimensione del genere deve essere quindi messa in questione, interrogata e, perché no, anche trasgredita e questo è possibile solo se il/la docente è capace di costruire uno spazio sicuro e protetto che offra modelli plurali di femminilità e maschilità dove tutti gli allievi si possano esprimono liberamente.

In ultima istanza bisogna riflettere anche su quali azioni intraprendere quando il bullismo esplode in violenza. Se molto spesso si riflette sull'efficacia della prevenzione per smontare gli stereotipi e agire in profondità, è però molto importante darsi anche un modello di intervento di fronte ai casi di bullismo. Accanto alla costruzione di azioni educative differenziate per lavorare sulle debolezze del bullo, sul rafforzare l'autostima della vittima e sul far riflettere il gruppo, è infatti molto importante sanzionare con azioni collegialmente condivise, efficaci e visibili gli episodi di bullismo con l'obiettivo di comunicare una posizione chiara degli adulti nel far sentire protette le vittime, tutelare il gruppo rispetto a comportamenti a rischio e responsabilizzare chi è violento.

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