Dalla parte dei bambini

Silvia Vegetti Finzi


di Silvia Vegetti Finzi*

Operando una forte semplificazione, si può dire che nel nostro Paese sono stati attuati due modelli di asili nido. 

I primi, realizzati dall’ OMNI negli anni ‘30 e continuati sino agli anni ‘6O , svolgevano compiti di assistenza ed erano condotti da balie di buona volontà, poco acculturate e sommariamente preparate . La maggiore e pressoché unica preoccupazione era allora la salute fisica dei piccoli che, seguiti periodicamente da un pediatra, dovevano rispondere a precise tabelle di crescita corporea. Massima attenzione veniva rivolta all’igiene dei locali e, in senso quantitativo più che qualitativo, all’alimentazione dei bambini. La domanda più frequente delle mamme era: “ha mangiato?”.

Il modello successivo, sorto in opposizione al precedente, appare invece particolarmente finalizzato all’educazione dei bambini in vista del loro inserimento nella scuola materna. Qui la massima attenzione è attribuita ai processi di apprendimento e di socializzazione, si mira a realizzare un bambino competente. In alcuni casi si offrono prestazioni aggiuntive come l’educazione linguistica, musicale, sensomotoria. In questo contesto la domanda prevalente delle mamme è: “mio figlio sa socializzare?”.

Ma la psicologia contemporanea ha messo in luce anche l’importanza di altre dimensioni  come le sensazioni, gli affetti, i sentimenti, le emozioni, l’immaginazione, il senso estetico, le capacità espressive, la convinzione di poter agire in prima persona, modificando l’ambiente e le relazioni. L’asilo nido svolge un compito fondamentale perché è proprio nei primi anni che si struttura la nostra apertura al mondo. Per tutta la vita le emozioni che colorano le scoperte iniziali costituiscono la tonalità cromatica di fondo su cui si stagliano i processi conoscitivi. Un buon metodo educativo esorta il bambino all’esplorazione, all’apprendimento attivo, che nasce dal “fare”, piuttosto che dall’immagazzinamento passivo di dati preformati. Come insegna Piaget: “se ascolto imparo, se vedo ricordo, se faccio capisco”. 

La consapevolezza della  complessità dell’infanzia rende sempre più esigente la formazione degli educatori, non solo nei rapporti con i bambini ma anche nella gestione delle relazioni tra di loro e con le famiglie. 

Venendo meno la figura dell’insegnante unico, risulta sempre più importante, a tutti i livelli, il gruppo di lavoro. Gli operatori devono essere capaci di pensare e di agire in termini di “noi” anzichè di “io”, sottoscrivendo un programma comune cui attenersi, seppur con flessibilità. 

In questo contesto i genitori non costituiscono una controparte rispetto agli educatori perché collaborano con loro nella gestione della scuola e nella esecuzione dei programmi. Sebbene la mamma sia la principale figura di riferimento dei bambini in età prescolare, il papà può sostituirla egregiamente in ogni fase della vita del nido perché ormai, nelle nuove famiglie, l’allevamento e l’educazione dei figli è un’impresa congiunta e le funzioni sono divenute interscambiabili, pur nella differenza delle posizioni e di ruoli. 

Mentre, fino a pochi anni fa, si chiedeva all’educatore di essere competente, ora gli si domanda di essere anche sensibile, consapevole, accorto, di sapersi coinvolgere affettivamente ed emotivamente nelle relazioni senza tuttavia smarrire il senso del limite e della misura. Vi è però un rischio, anche in questo caso, che l’attenzione rivolta ai protagonisti adulti dell’impresa nido finisca col far dimenticare la priorità e la centralità del bambino. 

 

Non ho mai visto un bambino!” 

Con questa dichiarazione, volutamente provocatoria, il grande pediatra e psicoanalista Donald Winnicott intendeva attirare l’attenzione degli ascoltatori. Poi riprendeva specificando: ogni volta che sono stato chiamato al capezzale di un bambino aveva sempre accanto a sé un adulto, per lo più la mamma. 

Ed è proprio dall’unità madre-figlio che dobbiamo prendere le mosse se vogliamo comprendere che “andare al nido” s’inserisce nella fondamentale dinamica psicologica che conduce dall’attaccamento madre-figlio alla reciproca autonomia. Durante la gravidanza il nascituro è tutt’uno con la madre, partecipe del suo corpo e dei suoi pensieri. Ma, sin dal primo giorno dopo il parto, inizia una lenta, graduale marcia di allontanamento. Il ritmo del primo distacco è scandito da un regolatore interno alla coppia, collegato a un comune sentire, a una sintonia profonda che trova via via conferma nei comportamenti del bambino, nella sua capacità di resistere all’assenza della mamma senza cadere nell’angoscia, di ricercare la comunicazione con gli altri, di rendersi autonomo nei movimenti, di esplorare l’ambiente con curiosità e attenzione . 

Il movimento che conduce dalla mamma al mondo non è però a senso unico. Sono sempre possibili rapidi dietro-front, repentini mutamenti di intenzionalità e di umore. Basta osservare il bambino che tenta i primi passi. Si allontana con coraggio dal corpo materno, procede come se fosse solo al mondo e in grado di contare sulle proprie forze. Poi, all’improvviso, una rapida inversione lo riconduce alla stazione di partenza ove, ficcando la testa nella gonna della mamma, reclama un ulteriore rifornimento affettivo prima di rimettersi in moto. 

Possiamo così comprendere che il piccolo ha raggiunto due importanti traguardi: ha acquisito i fondamentali sentimenti di sicurezza e di fiducia benché abbia ancora bisogno di essere sostenuto e confortato. Solo così la regressione temporanea si configura, non come una sconfitta, ma come una rincorsa per saltare più in alto e più in là. L’importante è che il movimento evolutivo prevalga su quello involutivo e che il bambino acquisti man mano la capacità di separarsi dalla mamma senza cedere alla disperazione, certo che lei tornerà perché ne conserva l’immagine nella mente. Un’ immagine capace di sopravvivere all’ansia dell’abbandono e agli attacchi distruttivi della sua rabbia impotente.

In ogni caso al momento dell’ingresso al nido vi sono una mamma e un bambino che chiedono di essere presi in carico insieme, uniti da sentimenti condivisi di speranza e di paura. Per il neonato la mamma è più di una persona, è il suo ambiente, il suo mondo, la sua. Per sapere se una situazione o una cosa è buona o cattiva si rivolge a lei e dalla reazione materna ricava poi la propria opinione. L’inserimento al nido dipende in gran parte dallo stato d’animo della mamma, da come vive la momentanea sospensione delle sue funzioni, la delega del suo ruolo a un’altra figura femminile.

Al tempo stesso la mamma, che non è un’isola, recepisce le reazioni degli altri, delle persone a lei prossime, come il marito, i nonni, le amiche, i conoscenti e, anche senza saperlo, ne resta influenzata. Non dimentichiamo che perdurano nell’immaginario inconscio, individuale e collettivo, figure che derivano dalla tradizione, stereotipi duri a morire come la perfetta bontà della madre e, di contro, la malvagità di chiunque (strega, matrigna) osi prenderne il posto. Per cui nel momento, indubbiamente ansiogeno, della prima separazione, possono emergere immotivati sensi di colpa nella madre e speculari sentimenti di riprovazione delle operatrici. Riconoscere l’esistenza di questi fattori di perturbazione serve tuttavia a minimizzarli e mantenerli sotto controllo. 

Il bambino che entra al nido non passa dalle braccia della madre a quelle di una vice-madre. La mamma resta comunque una sola, la sua. Piuttosto scivola lentamente da un rapporto a due a una rete di relazioni differenziate e tuttavia limitate e sufficientemente stabili. Dall’io-tu al noi, dall’attaccamento a una sola persona all’attaccamento a più persone, coerenti tra loro benché diverse per personalità, ruolo e funzioni. 

Il passaggio può essere prematuro ma l’anticipo viene ben presto recuperato se l’esperienza nido entra nella corrente evolutiva, se risponde allo spontaneo bisogno del bambino di allargare il perimetro delle sue esplorazioni e la gamma delle sue interazioni. Dapprima il neonato comunica attraverso un contatto corporeo, di pelle, in cui prevale la corrente della tenerezza ma progressivamente aumenta lo spazio che lo separa dall’adulto. Uno spazio che, anziché restare vuoto, deve essere occupato dalla parola. Non una chiacchiera vana ma un discorso affettivo, empatico, che comunichi qualcosa a qualcuno. Sappiamo che l’intelligenza è emotiva e che anche l’apprendimento più semplice riesce meglio se viene sostenuto da sentimenti positivi. 

Un ambiente istituzionale adeguato stimola i processi cognitivi e i comportamenti sociali dei piccoli, purché, come dicevo, esistano le condizioni per crescere: una mamma serena, educatrici competenti e affiatate, uno spazio accogliente e un tempo regolare, dove gli eventi siano prevedibili. In questa esperienza ciò che più conta sono le persone, la loro apertura mentale, la loro disponibilità profonda. “Non c’è spazio nella scuola materna - scrive Winnicott - per il manierato, l’impaziente, l’insensibile o per chi si sente superiore. ‘Riservato a chi sa amare’ dovrebbe dire il bando di concorso”. 

L’illimitata disponibilità di credito che i bambini aprono nei nostri confronti ci impegna a rispondere con responsabilità alla loro fiducia, a fare del nostro meglio per non deluderli. I piccoli sanno essere molto indulgenti con gli adulti quando capiscono che agiscono in buona fede, che non perseguono semplicemente i loro comodi o i loro interessi. Se il programma funziona “abbastanza” bene, l’inserimento al nido viene vissuto, non come una perdita, ma come una conquista. 

Ricordiamoci che un tempo i bambini crescevano in una famiglia allargata, dove convivevano più generazioni e i punti di riferimento erano molteplici. Ora la solitudine che contraddistingue la coppia madre-figlio, non solo nelle grandi città ma anche nei centri minori, comporta che il nido costituisca una risorsa e che possa essere scelto come un valore e non semplicemente come una necessità. 

Il nido non è mai finito: fare nido 

Un buon nido non è quello perfetto, per altro inesistente, ma quello che sa interrogarsi, mettersi in crisi, rimanere aperto ai cambiamenti. Una prova di buon funzionamento è data dallo stato d’animo di chi vi partecipa, per cui è importante non solo sondare le valutazioni dirette dei partecipanti, ma anche cogliere gli eventuali segnali di malessere. Lo scontento, se non è interrogato per tempo, tende infatti a dilagare a macchia d’olio perturbando tutti i rapporti. 

Nell’”impresa nido” non vi è nulla di irrilevante perché il bambino non ha ancora differenziato le sue implicazioni e pertanto vi partecipa con tutto se stesso . A quell’età corpo e psiche, pensieri e affetti, sensazioni e cognizioni, mondo interno e mondo esterno interagiscono continuamente, senza filtri. Si può andare a scuola solo con la testa ma si va al nido “anema e core”. 

La disarmata disponibilità dei più piccoli richiede all’adulto di attivare una particolare sensibilità: la capacità di mettersi in sintonia con ognuno al fine di trattarlo nel modo più adeguato, senza prevaricarlo. Nei primi anni di vita il semplice contatto delle mani con l’epidermide infantile trasmette molti messaggi, non sempre intenzionali. La tonalità affettiva deve, nei limiti del possibile, ricalcare la tenerezza materna, un’affettività depurata dalle componenti sessuali che contraddistinguono gli scambi tra corpi adulti. Ricordiamo che il bambino possiede un senso innato del pudore che va rispettato proteggendo l’esposizione delle sue nudità e delle sue funzioni corporali dallo sguardo degli altri.

Momento cruciale, come sappiamo, è l’inserimento del bambino nel nido, un compito essenziale che, purtroppo, in certi casi viene considerato inutile e dannoso come se fosse proprio la presenza della mamma a provocare nel figlio le forme di protesta che caratterizzano il primo distacco. Ma concedere al bambino il tempo e il modo di adattarsi alla nuova situazione è un segno di rispetto per la sua soggettività. Il piccolo non è un pacco postale che si possa consegnare e ritirare senza aprirlo. Se invia messaggi, positivi o negativi che siano, significa che crede nella comunicazione, che ritiene di poter essere compreso e aiutato. Monitorando il suo benessere psicofisico, l’adulto può capire a che punto si trova e come procede il suo inserimento nella comunità. Anche un piccolo progresso può testimoniare che sono in atto dinamiche di assimilazione e di accomodamento alla nuova situazione e non importa che il successo sia raggiunto presto o tardi. Ognuno ha i suoi tempi. Spesso un inserimento troppo facile maschera un atteggiamento di accondiscendenza: il bambino si comporta “come se” stesse bene perché dispera di poter modificare la sua condizione. La rassegnazione iniziale tende poi a stabilizzarsi in una forma di passività di fronte a tutti gli eventi della vita. 

Ma i traumi non elaborati, buttati fuori dalla porta della mente, rientrano spesso dalla finestra del corpo sotto forma di sintomi psicosomatici - inappetenza, sonnolenza o insonnia, attacchi d’asma, disturbi gastroenterici -, che un pediatra attento e preparato può diagnosticare ed un educatore sensibile e accorto prevenire o risolvere. 

Non che i bambini debbano sempre essere felici, se lo sono tanto meglio, il nostro compito è prima di tutto quello di aiutarli a crescere. Posti nelle condizioni di esprimere le loro capacità e di scoprire le loro potenzialità, i bambini sono spontaneamente contenti. A quell’età l’attività è piacere mentre la passività, l’inerzia, la disattenzione, la “sordità” dell’adulto sono causa di disagio e di sofferenza. Momento centrale dell’attività del nido, il suo cuore pulsante, è il gioco. E il gioco è libertà, spontaneità, piacere. Nulla è più serio del gioco e solo un adulto maturo è capace di giocare, di esprimere la sua parte infantile senza per questo sentirsi sminuito. Certe volte i bambini desiderano giocare con l’educatrice, altre volte tra di loro oppure da soli. L’importante è che si sentano presenziati e che l’adulto sia disponibile ad ascoltarli, ad accogliere dentro di sé le inquietudini che talora i turbano e a trovare insieme un punto di equilibrio. 

Altri momenti d’intensità sono il sonno e il pasto. Per addormentarsi i bambini hanno bisogno di sentirsi sicuri, presenziati da adulti premurosi, di cui si fidano, e circondati da un ambiente accogliente. La “cuccia” del cucciolo non può essere collettiva (un pavimento di gommapiuma su cui sdraiarsi alla rinfusa) perché essa rappresenta il grembo materno, la sua particolare protezione. A questo scopo è opportuno personalizzarla con una copertina portata da casa e il peluche preferito. 

Anche il momento del pasto riveste una singolare valenza emotiva in quanto il cibo è un simbolo d’amore e tutto quanto riguarda l’alimentazione è carico di significati affettivi ed emotivi. Non è tanto importante la quantità quanto la qualità dell’alimentazione infantile. 

Data la particolare sensibilità della sua bocca, ingozzare un bambino equivale ad aggredirlo ed è sempre preferibile non mangiare che essere nutrito a forza. L’insonnia protratta così come il rifiuto sistematico del cibo sono sintomi che devono essere colti, interpretati e trasformati in dialogo. 

Parliamo molto dei bambini ma poco con i bambini”, osserva Françoise Dolto, invitando gli educatori a dire quello che fanno e fare quello che dicono. La parola umanizza il gesto e i bambini sono in grado di capire il linguaggio molto prima di parlare. Colgono intuitivamente il senso del discorso attraverso il suono, il silenzio, il respiro. Le emozioni hanno un linguaggio universale e il bambino le recepisce come un diapason. 

Quanto ai rapporti dei bambini tra di loro, la cosiddetta “socializzazione”, anch’essa va inserita in un processo evolutivo e valutata in base alle esigenze di ognuno. Certi bambini sentono per temperamento il bisogno di ambiti di silenzio e di concentrazione, di spazi per sé, di contatti rari e selezionati. Dovremmo essere capaci di distinguere tra l’isolamento difensivo e quello creativo. 

Non esistono comportamenti esemplari, da imporre a tutti. Meglio far sì che ciascuno trovi il suo modo di crescere, insieme agli altri ma non necessariamente come gli altri. Piuttosto  secondo il proprio carattere, i ritmi di apprendimento, le modalità di espressione, le fragilità e i punti di forza che lo contraddistinguono. 

Durante gli “anni magici” la fantasia è la parte più ricca e attiva della mente e la fantasia ha bisogno, per sbrigliarsi, di comunicare in tanti modi, attraverso la parola e l’ascolto, ma anche il gesto, l’azione, l’espressione artistica, la messa in scena. La difesa dei ruoli e dei regolamenti, la pulizia ossessiva, l’ordine scrupoloso, il rifiuto di evitare ogni rischio le sono d’intralcio. Così come i giocattoli troppo elaborati, che consentono solo un utilizzo prestabilito, nulla lasciando all’esplorazione sensoriale, all’iniziativa, alla manipolazione e all’inventiva del bambino.  I più piccoli hanno una sensibilità ecologica spontanea e giocare con gli elementi primi - come la terra , l’acqua e l’aria, e , fosse per loro, anche il fuoco - li rende interiormente soddisfatti quasi che, sfrondato il superfluo, fossero posti di fronte all’essenziale delle cose. Allo stesso modo, osservare il ciclo della natura attraverso i fiori, gli alberi, il susseguirsi delle ore e delle stagioni li sintonizza con i ritmi biologici dell’ecosistema in cui vivono, ritmi lenti e silenziosi assai diversi dai tempi contratti dell’organizzazione quotidiana. 

Per i libri poi non è mai troppo presto. I più piccoli si familiarizzano con la carta stampata cominciando a manipolarla, a usare i sensi per esplorarla e procedono poi a osservare le figure, a riconoscerle e nominarle sino a giungere a organizzare brevi racconti, connessi alla loro esperienza. E’ molto importante imparare a “fare storie” nel senso non solo di ascoltarle ma anche di produrle, partendo da pochi personaggi e da situazioni semplici e familiari. La narrazione è un modo efficace per porre ordine nel magma della fantasia e per moderare l’impeto delle emozioni e dei sentimenti che, lasciati a se stessi, rischiano di perturbare il pensiero e disturbare l’attenzione. 

Per crescere, il bambino ha inoltre bisogno di esprimere anche emozioni negative come la paura, la noia, la rabbia, la sfida. Per l’educatore non si tratta tanto di prevenirle o di soffocarle sul nascere quanto di comprenderle, di scoprire le esigenze che le provocano e di fare buon uso delle energie che le animano, incanalandole nel gioco, nel lavoro, nell’esplorazione del mondo esterno. In questo senso risulta particolarmente efficace la pittura, magari con le dita, e la manipolazione di materiale plastico, come gelatine colorate, creta e pasta di pane. Anche la musica, ascoltata o prodotta, funziona come linguaggio delle emozioni, come una possibilità di comunicare e condividere quegli stati d’animo che non trovano parole per dirsi. Ogni turbamento, una volta espresso e messo in comune, cessa di essere distruttivo ed, espandendosi a cerchi concentrici, si rende sopportabile, pensabile, vivibile. 

In questo senso il nido è un cantiere aperto, un procedere a vista che, senza negare il valore delle competenze, non può affidarsi a mappe precostituite, a percorsi già tracciati. Né permettersi di diventare un’istituzione burocratica: i bambini cambiano continuamente non solo perché crescono ma perché muta il mondo intorno a loro, nel bene e nel male. 

La nostra epoca è contraddistinta dalla paura diffusa (del terrorismo, della crisi economica, della catastrofe ecologica) ma mai come ora abbiamo compreso il senso della comunità, il valore della solidarietà, l’importanza dei bambini. In un contesto così inquietante le istituzioni per la prima infanzia (asili nido e scuole dell’infanzia) rappresentano la possibilità di un mondo senza il male, di una società senza conflitti: sono la nostra ultima utopia. 

Così come i Conventi benedettini durante il Medioevo, quando il mondo sembrava travolto dal disordine e dalla violenza, hanno organizzato, intorno al lavoro, piccole oasi di pace e di spiritualità, testimonianze di “buona vita”, altrettanto mi auguro possano fare gli asili nido, luoghi protetti ma non chiusi per vivere e crescere insieme. 

 

*Docente di Psicologia Dinamica, Università di Pavia 

 

 

Note

L’articolo rappresenta un estratto della relazione tenuta al Convegno Asili nido in azienda: come si cresce insieme (Como, 9 ottobre 2004), organizzato da Soroptimist International d’italia, Club di Como 

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