Emigrati in patria

Fra i tanti “universi giovanili” che compongono la nostra società c’è anche questo: un universo formato da ragazzi normali, costretti a emigrare, sponsorizzati solo dai genitori, per completare la formazione a cui pure hanno diritto

Francesco Pasetto*


 

Esiste ancora un genere di emigrazione interna che viene considerata un fatto ordinario. Potremmo definirla una specie di transumanza moderna, imposta a una parte considerevole della popolazione giovanile. Nelle frazioni rurali o montane, scampate all’urbanizzazione forzata, all’inizio di ogni autunno i diciottenni che vogliono frequentare l’università devono lasciare la casa paterna, i luoghi di origine, i compagni dell’età spensierata, il loro modo abituale di vivere, per inurbarsi.

Fra i tanti “universi giovanili” che compongono la nostra società c’è anche questo: un universo formato da ragazzi normali, costretti a emigrare, sponsorizzati solo dai genitori, per completare la formazione a cui pure hanno diritto. Noi questo universo giovanile lo conosciamo bene, perché abitiamo a Lonnano (Pratovecchio): una frazione di 200 abitanti, collocata sui 700 metri di altitudine, nell’alto Casentino, a 50 chilometri da Arezzo e 60 da Firenze, priva di qualsiasi collegamento pubblico diretto con i centri urbani. In queste condizioni la vita di pendolare non solo è scomoda: è impossibile. Non resta che trapiantarsi.

Ma quanto spende una famiglia di montagna per mantenere il proprio figlio all’Università? Quali problemi si trova ad affrontare un giovane che per completare gli studi deve emigrare, senza neanche il vantaggio di apprendere una nuova lingua? è molto svantaggiato rispetto ai compagni di città? In che senso? E le scuole medie periferiche forniscono una preparazione adeguata? Queste le domande che gli universitari del circolo ACLI di Lonnano si sono poste nel 2007, mediante un questionario e due incontri molto partecipati. Non si può dire che i dati emersi siano tutti sorprendenti. Servono comunque a far conoscere i problemi di una categoria di giovani non esigua, e a richiamare le istituzioni a una presenza più incisiva.

Nella consultazione sono stati coinvolti diversi studenti, distribuiti tra Firenze, Bologna, Arezzo in quattro facoltà: ingegneria, lettere e filosofi, fisica, lingue.

 

Sul capitolo oneroso delle spese incide molto l’affitto: da 250 a 300 euro al mese. In un anno una famiglia dell’alto Casentino spende più di 3000 euro per offrire al figlio universitario una camera più uso di cucina, in alloggi condivisi con 2 o 3 compagni d’avventura, dove di regola è impossibile dedicarsi a un serio studio personale. Si avvia così uno spostamento considerevole di ricchezza dalle aree sovente depresse della campagna o della montagna alle aree sviluppate della città.

Per il vitto un giovane costretto a vivere lontano da casa sborsa mensilmente dai 100 ai 200 euro: dipende da quanto spesso uno torna in famiglia nei fine settimana e dalla reale possibilità di ricorrere a mense scolastiche e simili.

Le tasse universitarie variano anch’esse, soprattutto in base al reddito familiare. Nel 2007 si collocavano fra i 900 e i 1500 euro all’anno. 

La ricerca del materiale didattico ha sempre stimolato l’inventiva: i testi costano troppo e le biblioteche non riescono a soddisfare la domanda di prestiti. Vengono così adottati mezzi discutibili: fotocopie, dispense, internet, appunti compilati dagli studenti stessi… Eppure, nonostante il ricorso sistematico al metodo di arrangiarsi, alcune centinaia di euro all’anno il materiale didattico le richiede.

Consistente la spesa per i viaggi. Gli spostamenti legati alla frequenza universitaria o al ritorno periodico in famiglia vengono a costare mediamente 600 euro annuali. Ma c’è chi, muovendosi con l’auto propria, in un anno ha speso 1300 euro.

In conclusione, solo calcolando le spese strettamente necessarie, una famiglia dell’alto Casentino per mantenere il figlio all’Università nel 2007, ha dovuto accantonare dai 6000 agli 8000 euro annuali. E se un nucleo familiare ha più di un figlio? E se l’unico reddito è quello di un pensionato?

 

Per essere completo, il bilancio di un universitario di montagna o di campagna costretto a vivere in città deve tener conto dell’impatto psicologico causato dal brusco sradicamento. Giusto dunque interrogarsi sul rapporto con la famiglia e il luogo d’origine. Nei riguardi sia dell’una che dell’altro, il sentimento più diffuso è la nostalgia.

L’ammissione sembra tanto ovvia da essere banale. Sennonché le parole usate dagli interessati dimostrano l’intensità delle emozioni. La «vera casa» (cioè quella del paese d’origine), i «monti» rivestiti del verde dei boschi e dei prati, l’«unione sanguigna» con i familiari continuano a esercitare una forte attrazione in chi di colpo si ritrova nel grigiore dai panorami fatti di muri e dell’anonimato. Per fortuna il tempo è un’ottima medicina. Le visite in famiglia si rarefanno. I genitori si sentono per telefono. E un po’ per volta si finisce con l’accettare la nuova esistenza, anche se appare «sdoppiata in due semivite». Qualcuno arriva a scoprirsi «fortunato». Il motivo è presto detto «Più amici, più opportunità, più mondo! E più uomo di mondo chi lo abita!». Balena allora l’idea che un ritorno al paese natale, lontano dal “mondo”, potrà non sembrare più così indispensabile.

 

Accanto alla famiglia, grande importanza è attribuita alla scuola. Quale giudizio merita l’operato degli insegnanti, che nelle scuole periferiche cambiano troppo spesso? Sono riusciti a fornire gli strumenti culturali necessari a superare le prove per l’ammissione e a seguire i corsi universitari?

Insufficiente è valutato l’insegnamento della matematica sia da chi ha frequentato l’istituto professionale, sia, ma in misura meno grave, dagli allievi del liceo o dell’istituto industriale. Specialmente per superare gli esami fondamentali di analisi, tutti, chi più chi meno, hanno dovuto ricorrere a un duro lavoro personale o a lezioni private. Molto meglio si sono trovati gli iscritti alle facoltà letterarie e linguistiche.

Valida è ritenuta la formazione umana, meno che da due, i cui giudizi suonano come monito per tutti. Uno rimprovera agli insegnanti di essersi limitati a fornire nozioni. L’altro, che pure risulta un ragazzo molto disinibito, nota che «la disciplina non fa più parte dell’educazione scolastica: dappertutto c’è mancanza di rispetto per le regole, anche le più ovvie». E si rammarica che gli abbiano lasciato fare tutto quello che voleva «a casa e a scuola».

 

L’organizzazione della giornata di uno studente ruota attorno all’orario delle lezioni ed allo studio. Ma quando si è lontani da casa bisogna provvedere alle pulizie, ai pagamenti, alla spesa, alla preparazione dei pasti: impegni che in una famiglia riempiono di solito la giornata di una donna. Eppure, stranamente, nessuno degli universitari si lamenta, nessuno dice di sentirsi sfavorito rispetto ai compagni che, vivendo con i genitori, trovano tutto pronto.

è anzi molto apprezzata la possibilità di «autogestirsi». E poi per un giovane la vita bohémienne ha il suo fascino. Non è male poter «studiare, mangiare e dormire in ordine più o meno casuale». La sera si trovano sempre compagni con cui conversare davanti a una birra, e modi di ricaricarsi. Per le spese extra è facile trovare un lavoretto. Lo stesso ingaggio in una squadra di calcio rende qualcosa. Senza contare che i casentinesi hanno potuto disporre, almeno fino ad ora, di una risorsa mitica: la raccolta dei funghi. «In casa mia – dice uno – è un lavoro! Non c’è da scherzarci, né da sputarci sopra, visto che, se vanno bene quelli, mi ci pago scuola e vacanza!... E poi è passione al 100%!». Dal secondo anno in su, chi ha i requisiti di merito e di reddito può usufruire della collaborazione part-time presso l’Università.

Per superare le difficoltà iniziali sia nell’adattarsi alla città, sia nell’organizzare la vita universitaria (quali corsi seguire? quali esami programmare? dove trovare il materiale didattico? come contattare i professori?...), l’aiuto decisivo viene, secondo il parere di tutti, dagli amici. Il cameratismo porta i suoi frutti. Anche se la convivenza forzosa nel medesimo appartamento e talvolta nella stessa camera è vissuta come un limite gravoso alla libertà personale e alla privatezza.

Le cose che più mancano? Sono in generale quelle piccole che hanno riempito la vita da ragazzi e da adolescenti: «Aria pulita, silenzio, volti amici, giardino, verdure dell’orto, pane cotto bene, caminetto». Un veterano precisa: «Non ci sono, a mio giudizio, cose che mancano; piuttosto ci sono cose che si possono percepire un po’ distanti. La famiglia non mi ha mai dato l’impressione di mancare. Gli amici di sempre sono lì dove li ho lasciati. L’amore, per fortuna, è qui con me. L’unica cosa che mi manca è la possibilità di essere presente nell’aiutare a casa».

In conclusione, coloro che hanno trovato la forza di affrontare senza complessi le difficoltà scoprono solo aspetti positivi. La sintesi dei vari giudizi è nel riconoscimento di un altro veterano: «In questi anni ho acquistato grande fiducia in me stesso, oltre ovviamente all’enorme esperienza di vita che ho fatto».

 

Un bilancio sulla crescita umana lo tracciano le parole entusiastiche di un laureando: «Dall’esperienza universitaria vissuta appieno si esce arricchiti e potenziati sotto molti aspetti. Anche se non conoscessi i miei amici, in cinque minuti sono sicuro che distinguerei gli universitari. Sono diversi, punto. Sanno essere professionali nelle loro materie, precisi nell’esposizione, sicuri delle proprie idee, critici su tutto, dogmatici in nulla… Cosa marchia un universitario affermato? La critica costruttiva.» Una matricola più semplicemente ha già intuito che «l’Università te la fai da te: non hai più professori che ti seguono individualmente. Questo ti forma il carattere e ti porta a fare le cose da solo».

 

Alla fine di tutto, un adulto che ha seguito questi discorsi è portato a chiedersi: ma chi sono i veri privilegiati? Gli universitari di città che continuano a vivere in famiglia, serviti in tutto e per tutto, o quelli come i casentinesi di montagna che sembrano gettati allo sbaraglio?

Rimane comunque il problema economico.

Una cosa è certa: i genitori, impegnati a far sentire la loro presenza e il loro sostegno ai figli lontani, vanno aiutati. Il calo della natalità è diventato un cruccio nazionale. Da ogni parte si reclama una politica di sostegno alle famiglie. Le analisi teoriche si sprecano. Fioccano le denunce generiche e le facili promesse, nelle quali si sono specializzati proprio quelli che dovrebbero governare. Oh, la lucidità di certe autorevoli disamine!... Peccato che poi manchino le iniziative concrete. Tanto per cominciare, le istituzioni potrebbero alleggerire l’eccezionale impegno finanziario che i residenti in aree periferiche devono affrontare per mantenere i giovani all’Università. Si tratta di garantire a tutti l’effettiva possibilità di completare la propria formazione umana e professionale.

Questo, fra l’altro, impone la nostra Costituzione. Già l’art. 31 decreta che lo stato agevoli finanziariamente non solo la formazione della famiglia, ma anche «l’adempimento dei suoi compiti». Sui figli poi, l’art. 34 precisa: «I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze». Magari non lasciate cadere a pioggia, come se tutti si trovassero nelle stesse condizioni. Vivere da emigrati, si sa, non è mai lo stesso che vivere a casa propria.

 

*Teologo salesiano

 

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