Il laccio visibile

La teoria dell’attaccamento fin dal suo nascere si è confrontata con le teorie coetanee attraverso la rielaborazione delle varie metodologie e degli approcci teorici di riferimento

Stefania Bartoli*


 

La teoria dell’attaccamento si definisce negli anni ’50 con il modello dello psicologo inglese Bowlby (1907-1990) come teoria dello sviluppo psicologico in cui la tendenza innata a stabilire legami con individui della stessa specie viene contestualizzata nella dinamica interattiva e interpsichica tra i soggetti in gioco. Fin dal suo nascere si è confrontata con le teorie coetanee attraverso la rielaborazione delle varie metodologie e degli approcci teorici di riferimento, come l’etologia, la teoria dei sistemi di controllo, il cognitivismo e l’osservazione sul campo, in particolar modo di situazioni di deprivazione, come ad esempio le ospedalizzazioni dei bambini. Considerando inizialmente l’attaccamento come un comportamento (il pianto, il sorriso, il seguire, l’aggrapparsi e il succhiare), Bowlby ne definisce le caratteristiche e le conseguenze: esso si forma tra un cucciolo e la madre nel primo anno di vita, ma si attiva effettivamente nelle crisi (la trilogia Attaccamento e perdita è del 1969, 1973,1980). 

Questo modello teorico viene sperimentato ampiamente nelle sue evidenze specifiche e se ne trova conferma ugualmente nella continuità della dinamica relazionale: con il tempo vengono infatti riprodotti dal soggetto degli schemi stabili, i modelli operativi interni (Internal Working Model), che connotano a livello comportamentale e relazionale la vita di quel soggetto anche da adulto. I modelli operativi interni sono apprendimenti o, meglio, rappresentazioni di sé e dell’altro, stabili ma modificabili, nel senso che nuovi attaccamenti possono correggere i modelli precedentemente appresi. 

Dal punto di vista sperimentale sincronico, l’attaccamento è stato osservato da Ainsworth (1978), attraverso la cosiddetta Strange Situation, in cui il bambino (da 1 anno di età) viene inserito in un contesto di separazione e riunificazione alla madre; viene osservata la relazione con un estraneo, con i giochi, con la madre quando si allontana e quando ritorna. Da questa situazione sperimentale sono stati classificati inizialmente tre tipi di attaccamento, di cui uno nell’ambito della sicurezza e due dell’insicurezza (evitante e resistente). Successivamente Main e Solomon (1990) hanno identificato un quarto tipo detto disorganizzato. Il bambino che ha un attaccamento sicuro può anche piangere quando la mamma se ne va, ma al momento della riunificazione riesce a trovare in lei presto consolazione e riprende sereno ad esplorare l’ambiente (i giochi). Il bambino con attaccamento insicuro ambivalente (resistente) non riesce a trovare consolazione al ricongiungimento e manifesta ciò con un’espressione amplificata della sua emozione, anche tramite la rabbia. Il bambino evitante non manifesta queste emozioni e al ritorno della mamma non le chiede comportamenti compensatori di affetto. Egli sembra solo interessato ai giochi. Il bambino disorganizzato, sia in assenza della madre sia al suo rientro, ha comportamenti disorientati, contradditori, bizzarri, afinalistici.

Le rielaborazioni teoriche successive hanno teso a definire l’attaccamento come qualcosa di interiorizzato e di più complesso di un comportamento, come ad esempio una rappresentazione o un sistema motivazionale (già lo aveva fatto la Ainsworth), differenziarlo dal temperamento (Vaughn, 1989) e dall’affiliazione (Lamb, 1981). In specifico il temperamento non sembra correlare con l’attaccamento, e l’affiliazione si presenta come un costrutto diverso, che si manifesta in situazioni di serenità in cui il bambino non deve preoccuparsi di recuperare la figura di attaccamento e può esplorare senza troppe interferenze emotive. Il comportamento di affiliazione sembra mostrarsi maggiormente con la figura paterna (che spesso è il referente principale per la socializzazione e l’esplorazione) mentre il comportamento di attaccamento, che si attiva nelle situazioni di crisi, sembra rivolto maggiormente alla madre. In questo senso, Dunn (1998) si è chiesto se abbia senso studiare la Strange Situation con i padri e l’estraneo (cfr. anche con Lichtenberg, 1989, tr.it. 1995, p.153, sul sistema motivazionale esplorativo-assertivo, e p.129 sull’attaccamento padre-bambino).

Ulteriori sviluppi della teoria si sono avuti grazie alle valutazioni in ambito psicometrico e diagnostico; questi contributi hanno permesso di verificare costantemente la validità del modello teorico, modificandolo in parte. Il “Separation Anxiety Test” di Bowlby è stato aggiornato da Attili (2001): il soggetto deve descrivere emozionalmente alcune figure in cui si presume che il bambino e la madre stiano per separarsi; l’“Attachment Q-Sort” di Waters è stato modificato per l’adattamento italiano da Cassibba e D’Odorico (2000). Nell’ambito diagnostico viene utilizzata l’intervista semi-strutturata “Adult Attachment Interview” (Main e Goldwyn, 1991): il soggetto racconta eventi della sua infanzia, con maggiore o minore coinvolgimento, usando espressioni linguistiche che vengono poi analizzate con griglie, ad esempio quella che fa riferimento a Grice (1993) e alle sue quattro massime della comunicazione (qualità, quantità, relazione, modo; cfr. Bartoli, 1990, p.45). Dagli studi di correlazione (tra la Strange Situation al bambino e l’Adult Attachment all’adulto) sembra confermata la relazione tra il tipo di attaccamento del genitore e il futuro comportamento di attaccamento con i propri figli. Le storie raccontate nell’Intervista sono caratterizzate da un’amplificazione dell’emozione ricordata nei casi di attaccamento insicuro ambivalente, e un’assenza di ricordo nell’attaccamento evitante. L’idealizzazione o svalutazione del genitore è caratteristica del soggetto evitante, il quale però non riporta esempi ed episodi. Sembra che un attaccamento sicuro sia manifestato da racconti realistici e da un’ emozione contenuta rispetto a fatti dell’infanzia. Un terzo tipo di attaccamento insicuro rilevato dall’Intervista è nei casi di lutto precoce.

In tutta l’evoluzione della teoria, gli autori si sono confrontati in modo dialettico con la psicoanalisi; interessante è l’integrazione con la teoria dei sistemi motivazionali di attaccamento-affiliazione di Lichtenberg (1989): egli vede nel sistema motivazionale di affiliazione (ai gruppi) un evoluzione nella vita adulta del sistema motivazionale di attaccamento; l’autore mette in gioco il senso del sé, e l’Altro come regolatore del sé (Stern, 1985, parla di RIG: Rappresentazioni di Interazioni che sono state Generalizzate), cioè della regolazione reciproca tra la madre e il bambino. 

Il modello di attaccamento è stato sistematicamente studiato da Carli e altri (1995), osservando la relazione di coppia tra adulti, sia come abbinamenti tra le tipologie di attaccamento, sia come una relazione sentimentale stabile possa modificare modelli appresi nell’infanzia. Successivamente sempre Carli e altri (1999) hanno ampliato l’indagine valutando l’attaccamento nel sistema familiare, nella rete e nel ciclo di vita (approccio contestuale), come modello specifico falsificabile (nell’approccio modellistico è stata valutata la correlazione tra comportamento esternalizzato ed internalizzato dei figli e le storie di attaccamento dei genitori) e infine l’approccio meta-analitico (dibattito su sensibilità/responsività della madre e riuscita dell’attaccamento).

Le applicazioni attuali della teoria di Bowlby, arricchita dalle successive modifiche, si trovano nel campo medico (la separazione durante il ricovero del bambino è riconosciuta come aggravante), nel campo pedagogico (ad es. gli inserimenti graduali negli asili, cfr. Mantovani, 2006), in campo clinico (con il trattamento ad orientamento psicodinamico dei soggetti, soprattutto bambini e adolescenti, con disturbi del comportamento e della personalità, visti in un ottica di modello appreso, aspettative e visione del mondo e di sé modificabili, come sostiene e pratica Albasi, 2006), in campo psicometrico per le correlazioni con altri costrutti, e in ambito giuridico per la gestione dei rapporti in caso di separazione o affidamento (cfr. Malagoli Togliatti, 1994).

Molte sono le ramificazioni teoriche, infine, la sperimentazione delle quali non è ancora ultimata, come quelle riguardo agli attaccamenti multipli (Carli, 1999, p.217; Cassibba, 2003) e le relazioni differenziate, il trattamento dei disturbi alimentari, le terapie brevi nella psicotraumatologia (cfr. Giannantonio, 2000), il funzionamento dell’attaccamento nei bambini con ritardo mentale, tra disturbo ed efficacia superiore alla norma (Bartoli, 2005).

 

*Psicologa clinica

 

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