A due Voci

Ambrogio Cozzi e Angelo Villa


 

Jiro Taniguchi

In una lontana città

Rizzoli, Milano 2006,pp. 406,€ 17,90

 

Angelo Villa

Scusate per il ritardo, il libro è dell’anno scorso. Io l’ho incontrato per caso. Mi guardava dall’espositore di una biblioteca che frequento. Voleva che lo prendessi, che lo sfogliassi? Per un po’ ho tentennato, non senza diffidenza, dirò i motivi. Infine, mi sono lasciato tentare. A casa, l’ho fatto girare perché qualcuno lo leggesse. Poi mi sono deciso e non mi sono pentito.

Il libro cui mi riferisco è un romanzo di tipo particolare. Forse, a essere pignoli, non si dovrebbe nemmeno parlare di romanzo in senso stretto. Facciamola, comunque, breve: è un romanzo a fumetti, ideato, cioè scritto e disegnato, da un giapponese che risponde al nome di Jiro Taniguchi.

Ecco, uindi, le due ragioni della mia iniziale reticenze. Più stupida la prima: erano secoli, dai tempi di Corto Maltese o giù di lì, che, salvo saltuarie eccezioni, non leggevo un fumetto. Mi pareva un interesse che, in un sussulto di pretesa maturità, avrei voluto o dovuto lasciarmi alle spalle. Più fondata la seconda: pensavo che, data la nazionalità dell’autore, fossero stile “manga” o robaccia del genere. Invece, chi è senza pregiudizi scagli la prima pietra, ben mi sta, perché non è così. Anzi, nel risvolto di copertina è precisato che Taniguchi si è dato un gran da fare per trovare una formula espressiva personale, non assimilabile ai popolari fumetti giapponesi.

D’altronde, Taniguchi non è un ragazzino, né, credo, voglia rivolgersi a un pubblico di quel tipo. Ho scorso la sua età, è nato nel ’47, e ho iniziato poi a dare un’occhiata alla prima pagina. Non ho smesso sino alla fine. In una città lontana, questo è il titolo del romanzo, mi ha preso al cuore, commuovendomi. Bello, molto bello. Può darsi che, in tal senso, l’utilizzo del fumetto abbia avuto il suo peso, anche se mi parrebbe limitato imputare ad esso le mie sensazioni. Di sicuro, lo scarto tra un tema drammatico nella sua sostanza, per quanto elaborato in chiave fantastica, e la forma fumetto, quasi ingenua, “naif” nel suo declinarsi, mi pare favorisca l’accentuarsi di una sorta di inafferrabile turbamento emotivo. Come se nella muta contrapposizione di questi due piani, il serio e l’infantile, il lettore avvertisse sotto pelle, oscuramente, il consumarsi di uno strappo, l’espandersi di una ferita difficile anche solo da nominare. Si passa da una pagina, da una tavola all’altra, nel mentre, dentro di sé, qualcosa si muove nella direzione contraria, quasi una resistenza. Un foglio, un foglio invisibile che si stacca da un quaderno avente le medesime caratteristiche. Il quaderno, pensavo, è il sogno, il nostro eterno dell’infanzia che pochi hanno avuto, la fantasia di un mondo idealizzato; il foglio è la storia, il pezzo che se ne va, decompletando l’illusione che ambiva a tenere insieme i ricordi. A un foglio ne seguirà poi un altro, lasciando al quaderno una copertina vuota. Inutile aggiungere cosa si mette di mezzo tra il quaderno e i fogli che lo abbandonano: il tempo. O, per essere più puntuali, il tempo che passa. E’, del resto, sempre il tempo a costituire il punto focale su cui ruota il romanzo di Taniguchi. In In una città lontana, infatti, il tempo si rovescia, il protagonista si ritrova a vivere il tempo della sua adolescenza con la consapevolezza e la memoria degli eventi accaduti che gli regalano gli anni della maturità, non foss’altro anagrafica. Un po’ come accade in Peggy Sue di Coppola o in Ritorno al futuro di Zemeckis. In particolare, esiste un accadimento che il protagonista vorrebbe evitare che si verificasse. O di cui, almeno, se ne potessero comprendere le ragioni. La apparentemente immotivata fuga del padre, in un giorno qualsiasi d’estate. Tutto sembrava andare nel migliore dei modi. La famiglia pareva felice, il padre un gran lavoratore, attento ai figli. Perché, quindi, se ne va? E perché anche il figlio, anni dopo, sta tentando qualcosa di simile?

In una città lontana mi è parso una delicata e attenta riflessione su quella che definirei come la violenza della gentilezza. Di solito, non a torto, si associa la violenza alla brutalità. In questo caso, però, è la stessa violenza a rivelarsi nella sua essenza, in quel che è, al fondo. Brutalità e violenza sono sinonimi. Non così è, invece, per la gentilezza. Per un verso, ed è esperienza comune, la violenza si nasconde dietro la maschera di ferro del formalismo, per quanto la carica aggressiva che l’accompagna filtri, ben percepibile, nelle feritoie che lascia scoperte. La gentilezza inclina qui all’affettazione. E ciò pare una sorta di contraddizione in termini. Per un altro verso, più autenticamente recettivo, ed è quello che ora ci interessa, la gentilezza sembra invece invaghirsi di un sogno ambizioso che disprezza qualsiasi ricatto strumentale. Si fonde e si confonde con l’amore. Se non vuole piacere, la persona gentile , di sicuro, non vuole dispiacere. Soffre, sinceramente, anche alla sola idea che l’altro possa aversene a male, dubitare di lui, della sua bontà e lealtà. Se poi, vuoi mai, quest’altro assume per lui un certo valore, il pensiero di deluderlo lo getta nello sconforto. Andrà nel fuoco perché questi non possa mai dire: “non avrei mai supposto che tu…”. Sotto inteso, fossi come gli altri. Formula da intendersi nella sua versione più esasperata, al negativo, fossi peggio degli altri. E’ per questo che il gentile si prodiga sino a dimenticare sè stesso, quasi chiedesse all’altro il diritto di vivere, di stare al mondo. Dipendente com’è da un amore senza il quale lui stesso non riesce a volersi bene. La violenza lo assedia, come un incubo. Quasi fosse il rovescio di quell’amore a cui non riesce a dire di no. Se ne va per non uccidere l’altro, per non uccidere sè stesso. La fuga è il suo taglio estremo, la separazione, ma, forse, il segno della sua incapacità a separarsi dalla gentilezza. O, semplicemente, a separarsi. Siate giusti, se potete, non gentili.

 

Ambrogio Cozzi

Non starò a ripetere quel che scrive l’altro recensore sul fumetto. Il mio rapporto è simile al suo, ma questo fumetto è veramente bello e riesce a dire su più piani, quello grafico e quello dello scritto, qualcosa di serio sul rapporto con il tempo e sul rapporto tra le generazioni.

«Se tu conoscessi il Tempo come lo conosco io, non ne parleresti con tanta confidenza. Non gli va di essere battuto. Se invece ti fossi mantenuta in buoni rapporti con lui, lui farebbe fare al tuo orologio tutto quello che vuoi tu». Questa citazione sul tempo, che Lewis Carroll faceva dire al Cappellaio Matto del suo Nel Paese delle Meraviglie, ci sembra un ottimo esergo per questo testo, dove la “lontana città” non è solo un luogo geograficamente lontano, ma un topos temporale in cui qualcosa si è inceppato, un evento è intervenuto, e il tempo di declinazione usato al passato cerca di mascherare qualcosa che passato non è.

Il libro inizia con pagine caratterizzate da tonalità buie, ambientate nel presente. Nella prima tavola un’ombra si proietta nel vicolo, quasi l’ombra di un passato che incombe nel presente. Di lì a poche tavole il clima cambia, lo sfondo diviene bianco, quasi venisse a mancare, e i tempi cominciano a confondersi. Il rilievo è assunto da uno sdoppiamento/congiunzione, attraverso un uso accorto dei tempi narrativi. Vi è un tempo del narratore coniugato al passato remoto, che ci racconta la vicenda, ma questo stesso narratore coincide con il protagonista che parla al presente, restituendoci un effetto di duplicità in cui i tempi si incrociano, si accavallano, rimandandoci al tempo dell’esistenza in cui passato e presente si incrociano e si rincorrono.

Ma il tempo è scandito da eventi, la storia intessuta di storie. Gli eventi tornano, o meglio torniamo agli eventi irrisolti cercando di annullarli. Facchinelli ne La freccia ferma parlava dei tentativi di annullare il tempo, in realtà quelli che si volevano annullare erano gli eventi, l’accaduto. Sottolineava come convivessero nell’esistenza due tempi, quello lineare e quello circolare, e in questo sovrapporsi si dipanava l’esistenza umana che inseguiva la possibilità di ritornare all’indietro.

Un indietro che non solo fermava, ma annullava lo scorrere del tempo fermandolo in un presente infinito, segnato da uno scorrere vuoto perchè privato degli eventi, eterna pagina bianca su cui poter scrivere una storia sempre nuova e sempre incompiuta.

La porta del tempo è un’apertura verso questa dimensione, ma nell’entrarci ci si perde e ci si confonde. L’illusione di poter mutare gli eventi cade “14 anni... mi sono reso conto di essere un ragazzetto di scuola media, impotente, anche in questo mondo, anche in questo nuovo tempo”.

La differenza non è solo in una maturità raggiunta che ci permetta di correggere gli eventi di allora, la differenza ineliminabile è con l’Altro, con le sue scelte che ci riducono all’impotenza, che ci fanno sentire come questo non possa essere corretto dalla maturità raggiunta. La differenza è quella tra le generazioni, tra l’apparente casualità delle scelte che “subiamo” e la scoperta delle ragioni, delle attese, delle fatiche che le accompagnano. Vi sono in questo senso nel testo motivi alti, in cui la storia dei singoli si intreccia con quella collettiva segnandola, marcandone in parte gli esiti.

Anche trovando la porta del passato ci si perde, si inseguono segni di presenza che ci svelano nuove assenze, le relazioni assumono nuove direzioni insperate ma si dissolvono seppur in modo differente. Il tempo della coniugazione diviene l’imperfetto, le ragioni dell’oggi si confondono con gli eventi di ieri, i tempi si sovrappongono in una costruzione raffinata, passato, presente e futuro si perdono, occorre intervenire affinchè gli eventi incontrino una piega, una piega che noi possiamo imprimere: potenza dell’infanzia che fantastica di mettersi al riparo della presenza dell’Altro.

La piega si rivelerà non un evento casuale, ma una scelta dell’Altro, la realizzazione di un’attesa, la risoluzione di un debito. Occorre riprendersi da un duplice sogno, il proprio e quello del padre, uscire dall’incubo di un’esistenza non propria e cogliere le distanze tra le generazioni.

Non è solo un libro sul tempo questo, è un libro sulla mancata comprensione tra le generazioni, sulla necessità della distanza, sulla fantasia di mutare il passato che spesso ci invade non solo in termini di possibilità, ma quasi come realizzazione delle attese di allora nell’oggi, o come attese dell’oggi nell’allora.

La tavola iniziale dell’ultimo capitolo riprende quella iniziale del primo, ma l’atmosfera è meno cupa, sembra una giornata di sole. Il luogo è lo stesso, ma si vede un ragazzo che proietta la sua ombra alle spalle. Quell’ombra minacciosa che nella prima tavola precedeva la presenza del protagonista ora è alle spalle, il passato è stato abbandonato, egli sta andando oltre. E’ il momento di tornare all’oggi, ma prima occorre chiudere i conti: finisce la storia con Nagase, e l’ubriacatura in un bar, che riprende quella iniziale, apre al ritorno, al ricordo nel rapporto con l’oblio.

Si può andare oltre, ma si è tornati cambiati, nell’incontro con la propria storia si è usciti mutati. Qualcosa, tuttavia, permane, qualcosa che vive in modi sotterranei nel ricordo, riattivato da un un incontro casuale e da un dono.

Il viaggio è terminato, ma il viaggio interiore continua, segnato da incontri perturbanti che ci svelano l’urgenza di rivelare gli eventi, di cercare un velo di parole che lo possano dire, come un romanzo, quello del protagonista.

 

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