A due Voci

Ambrogio Cozzi e Angelo Villa


 

Ismail Kadaré

L’aquila

Longanesi, Milano 2007,pp. 93, € 10,60

 

Angelo Villa

Rassicura e inquieta, allo stesso tempo, l’idea che la storia sia un flusso continuo, lineare, a suo modo compatto e uniforme nei movimenti progressivi o regressivi che la animano. Rassicura, perché un pensiero del genere pare assegnare alla storia un destino, un fine. Un orizzonte verso cui la storia, e con essa le nostre vite, paiono tendere, piegarsi, nel disporsi delle scansioni che, una dopo l’altra, si declinano in direzione di una meta prefissata. Inquieta, perché la storia assomiglia qui a una macchina che stritola l’individualità di ciascuno, la consegna a una ineluttabilità che la sovrasta, come un fatalismo laico. L’esistenza di una persona è parte di un disegno già tracciato, di un’opera che va compiendosi e lascia poco o niente spazio all’iniziativa del singolo. 

Una simile concezione della Storia rischia però di far dimenticare troppo facilmente le storie dei singoli, e, in particolare, alla fin fine, il modo in cui le stesse contribuiscono a determinare e orientare le vicende collettive. Confrontando queste ultime con la prima non è solo una differente percezione della storia a balzare all’attenzione, quanto anche, di conseguenza, il diverso rapporto che ciascuna di loro intrattiene con l’unità di base che la compone. E, cioè, in una parola: il tempo. Quello della Storia è fatto di date, avvenimenti cruciali. Emblematici nella loro significatività. Se anche apparentemente capitano a caso, o così danno l’impressione ai più sprovveduti, schiere di sapienti o di paranoici le riconducono a un senso che li sottrae a quella sorta di sospesa incertezza in cui parevano vagare. 

Al contrario, nell’altra storia il tempo irrompe secondo una imprevedibilità che sconcerta. Da un giorno all’altro, le cose possono cambiare. Non c’è un preavviso enemmeno una spiegazione. 

Non foss’altro perché una spiegazione una persona se la cerca. Da solo, per conto suo. Spesso in fretta, senza il conforto di un confronto. Con chi, del resto, potrebbe? Può darsi che il vicino sia stato anche lui colpito da qualcosa di analogo. E quindi?

Maks, il protagonista del romanzo L’aquila di Ismail Kadaré, è un giovane che una sera, uscito di casa, inciampa per strada e inizia a… precipitare. Erano le dieci di sera. Avverte il vuoto sotto i suoi piedi: “In quel momento, per la prima volta, perse i sensi. Poi tornò in sé brevemente per poi svenire di nuovo un istante dopo. A ogni nuovo sprazzo di lucidità aveva la sensazione di proseguire nella caduta. Dopo ogni discesa ne veniva un’altra, prodotta dalla precedente, pronta a sua volta a generare la successiva. Questa proliferazione dell’abisso (angosciante, disperante in quanto ruzzolone che non si lasciava dietro niente) lo stancò più dei suoi ventidue anni di vita”. Lui pensa, come avrebbe fatto qualsiasi persona al suo posto, che si tratti di un brutto sogno. Ma non è così. Si riprende e sono sempre le dieci. Del mattino, però. No, non è un incubo. Ma è un salto nel tempo. Maks si ritrova in un altro mondo, quello di prima sta “sopra”. Irraggiungibile. Lì, giù, in basso, si dispone un altro universo, un’altra vita, quella dei “decaduti”, degli “striscianti”. Cioè, gli individui che, come il protagonista del romanzo, sono sprofondati in quest’altro universo. Prossimi alla terra, quindi, confinati in un esilio. Impossibilitati a fuggire da questa prigione a cielo aperto.

E’ bastato un attimo, perché l’esistenza di Maks cambiasse. Dall’alto al basso, la metafora è sin troppo esplicita. La sua colpa? Pare non aver detto qualcosa quando il direttore sollecitava un parere. Tacendo ha avallato l’impressione di dissentire. Il romanzo di Kadaré ha una struttura narrativa che ricorda le tipiche trame, inquietanti e paranoiche, dei racconti di Kafka. Occorre però aggiungere che lo scrittore albanese, del Paese delle aquile per l’appunto, appare più conseguente ed esplicito nel rimando politico e sociale che le sue opere sottendono di quanto non lo fosse quello praghese.

L’aquila è un tunnel oscuro, un ossessione nera come l’inchiostro. Ricorda al lettore la persistenza di quel “sotto” che sempre lambisce il nostro precario stare al mondo. Un giro di vite, una frazione di secondo e tutto cambia. Un evento, piccolo e grande nel contempo, inventa da subito un isola che preclude l’accesso a quella realtà, a quegli affetti cui si era legata. Maks abita una prigione che, si è detto, è al fondo tutt’altro che una cella di detenzione. Non ci sono sbarre, né inferriate, non ce n’è bisogno. Nessuno riesce a venirne fuori, confinato nella sua storia, esse minuscuola, lontana dall’altra, esse maiuscola, di cui è la copia e insieme la negazione. E vede scorrergli davanti quel treno su cui non riesce a salire. O, peggio ancora, su cui prima aveva trovato posto. E poi, poi, a un certo punto… Peccato, avrebbe potuto essere un capolavoro, ma è come se mancasse qualcosa o, forse, c’è qualcosa di troppo… Il livello del romanzo è, comunque, di grande qualità. L’aquila, per l’appunto, vola alto. Per tutti quelli che cadono, per dirla alla Beckett, che continuano a cadere e non sanno nemmeno perché. E sono milioni, anzi di più, ogni giorno. Cadono, magari in piedi, e non risorgono. E vedono, dal basso, quelli che stanno in alto. O così pare…

 

Ambrogio Cozzi

Il testo di Kadaré si presta a più livelli di lettura. Il primo come allegoria della condizione umana nei regimi totalitari. In questo ci ricorda per certi versi il Koestler di Buio a mezzogiorno, sia per l’accidentalità della caduta che per l’assenza di soggetti a cui rivolgersi come in questo passaggio: “E tuo padre?” chiese Maks. “Perché le missive che spedisce rimangono lettera morta?”. “Perché nessuno ancora gli ha chiesto di scriverne. Ciò nonostante, a volte anche le lettere non richieste possono, un bel giorno, essere prese in considerazione. In verità, è un giorno come quello che mio padre aspetta...”.

L’assenza del potere si trasmuta in una presenza pervasiva, sino a distruggere l’orientamento dei soggetti, l’esercizio del potere si trasforma in puro arbitrio, gli atti perdono di senso, vengono letti a posteriori e dotati di senso altro, la paranoia del potere può dare senso al silenzio come alla parola “Ciascuno cade a modo suo...” i modi sono sì molteplici, ma tutti accomunati dalla rilevanza di cui il potere dota i gesti a posteriori.

Kadaré, però, a differenza di Orwell, si sofferma sul mondo dopo la caduta, nel suo mondo non esiste una neolingua che unifica tutto, si cade in un mondo che è il doppio del primo, se nel primo esiste Anna, nel secondo si incontra annA. La quotidianità scorre tra incontri, lavoro, giri per la città. Non è certo il doppio del quotidiano raccontato da Shalimov o Solzenicyn, dove la violenza del fuori veniva raddoppiata dalla violenza interna al gulag, dove la vita non valeva più nulla al suo interno, dove l’unica legge era quella della sopravvivenza per cercare di salvarsi. No, in Kadaré il mondo raddoppiato scorre tranquillo, l’unico pensiero è quello della fuga. Questo mondo è poplato da figure mitiche come Dedalo e Icaro che rimandano alla possibilità di un volo verso la libertà, una libertà che non coincide con la risalita, dove l’incubo permane, ma solo con la fuga, con un “via di qua” di stampo kafkiano.

E proprio Kafka è l’ultimo rimando per sottolineare le differenze. In Kafka l’inquietante si insinuava nel quotidiano, fosse la colpa , l’Odradek o la metamorfosi di Gregory Samsa. Questo lo rendeva e lo rende inquietante, la sua confusione e presenza nel quotidiano, la sua assenza di distanza che costringe all’interruzione lo scorrere del tempo, lo spezza tra un prima e un dopo che sono topologicamente connessi.

In Kadaré i luoghi sono nettamente separati, non è possibile comunicare tra i due mondi. Quando Maks telefona alla madre arrivano solo rumori sconnessi dove le parole devono essere intuite, indovinate. I due mondi sono divisi, eppure nella loro distanza si assomigliano, le strade, i luoghi rimandano da un mondo all’altro, e questo rende dolorosa la distanza. Il dolore più che lo spaesamento è la cifra del romanzo breve di Kadaré. Un dolore sordo che sfocia nella disperazione, nel vedere ciò che è accaduto, e nell’essere condannati all’impotenza, all’impossibilità.

La fuga diviene allora l’unica ragione per tirare avanti, una fuga vagheggiata e sognata, inseguita e invocata, cercando appunto soluzione attraverso le figure mitiche, che proiettano la loro potenza nel quotidiano, tracciano labirinti nuovi. La figura del lupo come animale legato alla libertà prende corpo su questo sfondo, ma per poter essere lupi occorre altro, occorre realizzare la fuga.

Questo porta verso il finale da incubo che così viene commentato dal medico “Era convinto di trovarsi di fronte a uno di quei fatti impenetrabili di cui non si ha notizia in alcuna testimonianza o cronaca di sorta. Invano la sua mente avrebbe tentato di decifrarne il senso: lasciandolo in preda alle angosce più crudeli di fronte all’evidenza che le tenebre tenevano sepolte le più grandi verità di questo mondo. In fin dei conti, quel tipo di eventi costituiva forse la sola vera storia dell’umanità, pensò, seguendo con occhio mesto, per terra, le penne intrise di sangue che, spinte dal vento, si muovevano all’interno della gabbia… Nel suo animo, quest’ultimo pensiero fu accompagnato da un lampo gelido che poteva provenire soltanto dall’aldilà. Forse l’umanità intera era relegata e incatenata in quel cantuccio di universo a causa di chissà quali pulsioni suicide...

Qui possiamo passare al secondo livello possibile di lettura, dove il doppio indica il lato estraneo che ci abita, luogo che trova vie mascherate di espressione, lato inconscio dell’esistenza che si fa strada nella quotidianità. Allora l’incubo in cui si situa il doppio assume tutt’altra valenza, è l’incubo che convive con la quotidianità, che lascia come unica possibilità la fuga, che trama il primo livello dell’esistenza, che lo snatura e lo rovescia. Ecco perché non c’è una neolingua che unifichi i due lati, perché uno trama segretamente l’altro, lo determina nelle falle, si svela nelle cadute. Ma qui appunto la scrittura di Kafka, nella suasobrietà raggiunge esiti più inquietanti, perché riesce meglio a delineare la contaminazione, mentre la separazione deve far ricorso ad un doppio rovesciato. Forse però questo doppio rovesciato è la cifra che ha accompagnato tanti sogni del novecento che si sono trasformati in incubi.

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